Chi comanda in mare
Le leggi su misura

Ci sarebbero 800 mila migranti in Libia pronti a salpare verso l’Europa. L’annuncio da Tripoli è arrivato nei giorni scorsi, un messaggio alla Ue del primo ministro (riconosciuto dall’Onu) Fayez al-Sarraj. Il numerò è parso subito eccessivo: secondo i calcoli delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, in Libia sono rimasti 650 mila stranieri, in prevalenza per restare e lavorare.

Alcuni decidono di partire per l’Europa in un secondo momento, avendo constato violenze, abusi e violazioni dei diritti umani nella «Quarta sponda», per cui preferiscono rischiare di morire in mare. La Libia vive una situazione di conflitto aperto rendendo pericolosi gli spostamenti interni e gli stessi trafficanti di esseri umani faticano a organizzare i viaggi in un contesto deteriorato.

I leader libici hanno sempre usato i migranti come arma di pressione sull’Europa per ottenere ciò che vogliono. Gheddafi apriva e chiudeva i rubinetti delle partenze e nel 2008 ottenne dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi la sigla dell’Accordo di amicizia e cooperazione: l’Italia avrebbe pagato in 20 anni 5 miliardi di dollari di risarcimenti per il passato coloniale, realizzando un’autostrada lunga 1.700 km. Nel 2011 Gheddafi viene brutalmente ucciso. Ma l’anno scorso la Libia si è fatta di nuovo avanti, chiedendo al governo Conte il rispetto dell’accordo e la realizzazione anche di un porto e di un aeroporto: altrimenti le partenze dei migranti non sarebbero state arginate.

Il primo ministro Serraj per ora non chiede fondi ma un sostegno politico più deciso e unanime dell’Europa al suo potere, messo in discussione dall’azione militare del generale Khalifa Haftar che punta alla presa di Tripoli. Serraj sa che quel numero - 800 mila migranti - mette in ambasce i governi europei, a cominciare da quello italiano. Quando il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha annunciato la chiusura dei porti, i consensi alla Lega in pochi giorni sono passati dal 17% al 30%. In realtà non c’è un provvedimento scritto, che in ogni caso sarebbe di competenza del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. I presidenti delle Autorità portuali italiane hanno smentito l’esistenza di un documento, altrettanto ha fatto il Comando generale delle Capitanerie, con linguaggio burocratico: «Non risulta essere stato adottato alcun provvedimento, a rilevanza esterna, in tema di interdizione dell’accesso al mare territoriale o ad ambiti portuali». I porti possono essere chiusi, ma con un provvedimento, che allo stato non c’è, motivato da ragioni di sicurezza pubblica. Ieri il titolare del Viminale ha ribadito l’unica legge che segue: decido io. Ha poi firmato una direttiva per fermare le operazioni dell’unica nave di una ong ancora operante nel Mediterraneo davanti alla Libia, la «Mare Jonio», aprendo uno scontro istituzionale. I destinatari della circolare infatti non sono solo i vertici delle forze dell’ordine, su cui il ministero dell’Interno ha competenza, ma anche il Capo di Stato maggiore della Marina e il comandante generale della Guardia Costiera, che non dipendono da Salvini ma dal ministero della Difesa. I referenti indebiti della direttiva non l’hanno presa bene: «Una vera e propria ingerenza senza precedenti nella recente storia della Repubblica. Quel che è accaduto è gravissimo - continuano le stesse fonti - perché viola ogni principio, ogni protocollo e costituisce una forma di pressione impropria nei confronti del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli».

I morti nel Mediterraneo da gennaio sono 356, 15.546 i migranti entrati in Europa (3 mila via terra), solo 625 in Italia. Salvini ha raggiunto l’obiettivo e incassa consensi, nonostante qualche bugia e strappi alla legge. Intanto il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva il regolamento che rafforza la guardia di frontiera Ue prevedendo un corpo permanete di 10 mila persone entro il 2027. Della tragedia umanitaria che si consuma in Libia nessuno sembra preoccuparsene. Almeno non dicano più che i porti di un Paese in guerra sono sicuri. È una grande ipocrisia.

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