Terzo polo tra politichese e borghesia impreparata

POLITICA. Una forza politica che ambisca ad essere mediana tra la destra e la sinistra ha in Italia un destino segnato.

Una forza politica che ambisca ad essere mediana tra la destra e la sinistra ha in Italia un destino segnato. Come l’araba fenice, nasce, compie a mala pena qualche passo e perisce. Il suo scontato esito infausto, tuttavia, non impedisce che l’esperienza venga ripetuta.

Prima o poi, si trova qualcun altro che ritenta. Appena sorta, la nuova formazione di nuovo muore. Nei settanta e più anni di vita repubblicana c’hanno provato in tanti: liberali di sinistra come gli animatori dei Convegni del Mondo, il rotocalco di Mario Pannunzio, o Ferdinando Adornato, animatore quarant’anni dopo di Alleanza Democratica. Tutte belle intelligenze, tutti intellettuali di prestigio, tutti stimati politici: non è servito a nulla. Al primo bagno elettorale i loro tentativi sono tutti annegati.

Una sorte comunque stentata è toccata anche a quelle formazioni, pur forti di una solida storia alle spalle, come i socialdemocratici di Saragat o i repubblicani di La Malfa o i socialisti di Craxi, che hanno osato sfidare i grandi partiti.

Sono riusciti, sì, a strappare qualche riforma o dei posti di potere. Non sono, però, riusciti mai a imporsi come alternative ai due partiti dominanti, la Dc e il Pci.

Non hanno avuto fortuna nemmeno i progetti di dar vita a una «terza forza» nella Seconda Repubblica. C’hanno provato ultimamente due personalità pur sempre di rilievo come Carlo Calenda e Matteo Renzi. Tempo un paio d’anni e il Terzo polo è affossato prima ancora di potersi costituire in partito. È vero che non è ancora detta l’ultima parola, ma la sua tormentata vita dimostra ad abundantiam due cose: la difficoltà che s’incontra ad avventurarsi su questa strada e il persistente deficit di rappresentanza politica di quell’opinione pubblica che continua a non riconoscersi né nella destra né nella sinistra.

Numerosi ostacoli fanno inciampare la creazione di una terza forza. Continua a mancare una borghesia consapevole del proprio ruolo di classe dirigente. Persiste la difficoltà di affermarsi dei cosiddetti partiti d’opinione, ossia di quelli non ideologici. Non li aiuta a emergere anche la vigente legge elettorale maggioritaria che, soprattutto nelle consultazioni amministrative, penalizza le formazioni minori. Agli ostacoli esterni se ne aggiungono di interni: ritardi e incertezze nella definizione di una chiara proposta politica. Il linguaggio della «terza forza» sa sempre troppo di politichese. Parla astrattamente di spazio politico e poco dice dello spazio sociale che vuole occupare. Non è ancora riuscita a individuare quei ceti di cui in concreto vuole essere rappresentanza, non parliamo poi del blocco sociale di cui aspira a divenire riferimento. Per affermarsi in positivo non gli può bastare la denuncia dell’inconcludenza, del pressappochismo, del dilettantismo imperanti nell’epoca del populismo. In tempi di politica mediatizzata servono inoltre una leadership indiscussa e soprattutto un progetto che, oltre a parlare alla mente, scaldi i cuori, che susciti cioè un investimento emotivo verso il futuro. A fronte di tutte queste difficoltà resta il dato di fatto: l’indubbio spazio politico che destra e sinistra non sembra in grado di occupare e che anzi stanno ampliando con la loro deriva estremizzante. Insomma, un vaste programme per i fautori di una terza forma, ma anche una stimolante sfida che, se vinta, potrebbe far bene alla democrazia italiana ridando voce a un’opinione pubblica ora priva di una casa.

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