Dagli atleti ucraini messaggi di forza che ci fanno bene

Una premessa: parlare serenamente di sport in questi giorni di guerra non è facile. In certi momenti pare quasi surreale. Perché questo – è nell’evidenza dei fatti – è un conflitto che ci coinvolge tutti, anche qui dove non piovono le bombe, per le ricadute immediate e future che la follia di Putin sta generando sulle nostre vite, pubbliche e private.

Dagli atleti ucraini messaggi di forza che ci fanno bene

In un contesto tanto deprimente e inquietante, è bello il segnale di speranza mandato dalla prima giornata di gare delle Paralimpiadi di Pechino (al contrario della vergognosa censura della tv di stato cinese, che ha oscurato l’appello alla pace lanciato durante la cerimonia inaugurale da Andrew Parsons, presidente del Comitato paralimpico internazionale): quelle tre medaglie d’oro conquistate nel biathlon dall’Ucraina (Grygorii Vovchynskyi, Oksana Shyshkova e Vitali Lukianenko) «sono il segno che l’Ucraina era, è e rimarrà un paese», ha dichiarato Valeriy Sushkevich, numero uno del Comitato paralimpico di quella nazione. «È un miracolo che siamo qui a partecipare ai Giochi», ha sottolineato. Sulle agenzie di stampa si sono lette reazioni contrastanti: da «sgarbo ai russi» (ma questa non ci piace) al più nobile «segno del destino».

Una cosa è certa: ancora una volta è lo sport – ambito di condivisione e in cui la competizione unisce, al netto della naturale rivalità delle parti che abbracciano comunque una passione comune – a mandare messaggi di vita, a parlare contro la violenza e la morte

Una cosa è certa: ancora una volta è lo sport – ambito di condivisione e in cui la competizione unisce, al netto della naturale rivalità delle parti che abbracciano comunque una passione comune – a mandare messaggi di vita, a parlare contro la violenza e la morte. In casa nostra l’abbiamo raccontato con l’abbraccio nello spogliatoio atalantino tra l’ucraino Malinovskyi e il russo Miranchuk, con la doppietta dello stesso Ruslan all’Olympiacos il giorno dell’invasione del suo Paese, con il gol di Aleksej – che pudicamente non ha esultato – alla Sampdoria, seguito dall’abbraccio dei compagni e dall’applauso del pubblico.

Raccogliamo gli esempi che ci arrivano dagli atleti, facciamoli nostri, cogliamone la forza, la fierezza nel difendere valori di grande dignità: ne abbiamo bisogno anche noi che ci eravamo illusi di non provare più l’angoscia di una guerra e non eravamo mai stati messi alla prova. Lo sport è un’arma formidabile di pace, non sottovalutiamola.

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