Il campione di tuffi: «La mia città a 200 km da Donetsk: nel Paese situazione drammatica»

La testimonianza Volodkov, atleta ucraino pluri medagliato, è allenatore di tuffi a Bergamo. «Mi sento più russo o ucraino? Mi sento solo un uomo, figlio del mondo, che ripudia la guerra».

Difficile per chi è cittadino del mondo capire la guerra e le sue ragioni. Anche se scoppia nel Paese dove si è nati, anche se rischia di mandare in frantumi la città dove ancora vive la propria famiglia. L’Ucraina, Taiwan, la Bielorussia, l’Italia: Roman Volodkov , atleta olimpico ucraino plurimedagliato, oggi allenatore di tuffi della Bergamo nuoto, ha trascorso la sua vita viaggiando . «I’m a sport man – racconta lui in un italiano che spesso vira sull’inglese, lingua che azzera i confini fra gli atleti –. Prima di trasferirmi a Bergamo, quattro anni fa, ho vissuto traslocando di Paese in Paese per una decina di anni, sono un cittadino del mondo. E in quanto tale non posso che odiare e contrastare con tutte le mie forze la guerra».

Notizie giorno e notte

Dorme tre ore a notte, questo campione di tuffi cresciuto a rigore e disciplina: il suo palmarès annovera l a partecipazione a tre Olimpiadi (Atlanta 1996, Sidney 2000, Atene 2004), due medaglie (bronzo e argento) ai Mondiali di Fukuoka (2001) e Barcellona (2003), un bronzo agli Europei di Vienna (1995).

«Passo giorno e notte seguendo compulsivamente le notizie che arrivano dal mio Paese. Sono originario di Zaporižžja, una città sud orientale dell’Ucraina, sulle rive del fiume Dnepr, a 200 chilometri da Donetsk . Lì vivono ancora i miei genitori, settantenni, e mia sorella con suo marito e i miei due nipotini. Sono al sicuro? Chi può dirlo. La situazione cambia di continuo, li chiamo cinque volte al giorno. So solo che tutta la popolazione sta facendo scorte di cibo, nessuno sa quanto durerà questa follia».

L’ultimo viaggio ad agosto

La Rete e le videochiamate sono l’unico ponte fra Roman, oggi 48enne, e la sua famiglia : «Al momento non risulta che ci siano stati bombardamenti sulla mia città, ma appunto: al momento. La situazione nel Paese è drammatica, le immagini che mi scorrono davanti agli occhi guardando la Bbc, le televisioni russe e ucraine raccontano di un Paese che soffre, che ha bisogno di pace . Sono stato in Ucraina l’ultima volta ad agosto, per una decina di giorni trascorsi con la mia famiglia: e la verità è che nessuno si sarebbe immaginato questa escalation di violenza».

Trasferito quattro anni fa

Il campione olimpico segue le notizie che arrivano dalla sua città da Bergamo, dove vive con la moglie Valeria, atleta bielorussa di nuoto sincronizzato, e i due figli di 8 anni e 2 anni : «La mia vita è in Italia, non tornerei più in Ucraina, nemmeno se tornasse la pace. Quando mi sono trasferito qui, quattro anni fa, per fare l’allenatore di tuffi, ho chiesto ai miei genitori se volessero seguirci. Ma loro non lasceranno mai il Paese: hanno lavorato una vita, mio padre era un costruttore edile, mia madre un’ingegnere, vogliono rimanere dove hanno cresciuto la loro famiglia. Non lascerebbero mai Zaporižžja, nemmeno in questo contesto drammatico».

«Sono nato ai tempi dell’Urss»

Il coach trapiantato a Bergamo fatica ad entrare nelle logiche che separano le fazioni russe ed ucraine in queste ore, lui che i confini li ha sempre superati, grazie a quella professione che gli ha permesso di girare il mondo.

«La mia vita è in Italia, la mia famiglia d’origine in Ucraina, i miei amici in Russia, Ucraina, Grecia, Italia, Cina, dovunque. Sono nato nel 1973 in quella che ai tempi si chiamava Unione Sovietica, ma in territorio ucraino. A scuola parlavamo russo e ucraino. Con i miei genitori parlo russo, con mia moglie anche. Mi sento più russo o ucraino? Mi sento solo un uomo, figlio del mondo. Un uomo che ripudia la guerra».

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