Premolo, Giorgio Fornoni racconta Gino Strada visto dalla prima linea

Mercoledì 25 agosto alle 21,15 in oratorio il reporter ricorda le inchieste giornalistiche in Russia, Africa, in Afghanistan prima dell’11 settembre.

«Ero molto amico di Gino Strada. Amici fraterni, possiamo dire. Quando lui nel ’94 ha denunciato la produzione italiana di mine, mostrando gli effetti terribili di quegli ordigni, per far capire quanto fossero pericolosi, quanto facessero diventare “eterna” la guerra, ha usato il video che io avevo fatto in Cambogia. Ricordo che Pol Pot diceva: “Le mine sono i soldati migliori: non mangiano, non bevono ma vigilano sempre”. Era cinico forte. Con Gino ci siamo conosciuti così. Nel ’97 ho realizzato un reportage sulla sua attività in Kurdistan e poi in Afghanistan, nel luglio-agosto del 2001, giusto poco prima dell’attacco alle Torri gemelle, per documentare per Report l’attività delle Ong. Sembrava, l’Afghanistan, un mondo medioevale, tutto apparentemente pace e silenzio: nulla faceva presagire quello che sarebbe successo di lì a poco». Il videoreporter bergamasco Giorgio Fornoni, per anni collaboratore del Report di Milena Gabanelli, autore di servizi girati in mezzo mondo, che ci hanno portato a conoscenza, dai depositi di relitti atomici nella Russia artica ai feroci conflitti dell’Africa subsahariana, di realtà nemmeno sospettate, sarà protagonista stasera - mercoledì 25 agosto - alle ore 21,15, all’oratorio di Premolo, di una serata culturale (ingresso gratuito; in caso di maltempo l’incontro si svolgerà al chiuso e verrà richiesto il green pass). «È un modo per ricordare l’amico Gino Strada», morto il 13 agosto, spiega Fornoni.

Un’occasione, anche, per affrontare argomenti di stretta attualità: dopo la proiezione del reportage «Sulla rotta della Bestia», il treno che trasporta gli «indocumentados», i senza documenti che tentano di passare dall’America Latina negli Stati Uniti, sarà proiettata una sintesi di reportage realizzati, sempre per Report, su «L’attività di Gino Strada in Kurdistan e in Afghanistan», introdotti e illustrati dall’autore.

«In Kurdistan», ricorda Fornoni, «l’unica possibilità di entrare era al seguito di una ong, in questo caso Emergency, l’unica che stava lavorando per l’emergenza primaria nel Nord dell’Iraq. Un territorio disseminato di 10 milioni di mine: nel video, con Gino, si mostra che effetti stavano producendo. All’ospedale di Sulaymaniyya Gino era sempre presente, chiamato per ogni emergenza. L’ho ripreso mentre prestava le prime cure a un bambino ferito da una mina, aiutandolo a respirare. Ricordo la storia di una bambina rimasta ferita, mentre le due sue amichette erano morte.: riprende conoscenza, viene a sapere dell’accaduto, non parla per alcuni mesi; guarirà grazie a Emergency».

Poi, il martoriato Afghanistan: «A Kabul», ricorda Fornini, «si arrivava solo in aereo da Islamabad. Nel cuore dell’Emergenza, nell’ospedale di Emergency a Kabul. Diversi milioni di euro erano stati stanziati dal governo italiano. Emergency rinunciò alla sua parte, facendo nascere un caso. Non potevamo accettare, per curare le vittime, soldi dalla stessa istituzione che aveva dichiarato una guerra a quel paese, sosteneva Strada: “L’Italia sta contribuendo a creare vittime. Se si dipende finanziariamente dai governi che hanno promosso la guerra, come possiamo chiamarci organizzazioni non governative? Dov’è l’indipendenza, dov’è la neutralità?”».

Come faceva, allora, Strada a portare avanti l’ospedale? Raccogliendo fondi da privati: «”Abbiamo avuto un’enorme solidarietà”, diceva, “da centinaia di migliaia di italiani, che ci hanno consentito di rifiutare un certo danaro e fare non solo le stesse cose ma anche di più, con un denaro diverso”».

In effetti, conferma Fornoni, Strada finì per raccogliere «molto più dei soldi stanziati dal nostro governo».

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