Piero Cividini: «Il vaccino non è una moda, è vitale per affetti e lavoro»

Lo stilista originario di Dalmine ha contratto il virus. La sua intervista per la nostra rubrica #iomivaccino

«Quando mi sono recato a Dalmine per fare il vaccino ho incontrato diversi vecchi amici dell’adolescenza che non vedevo da anni. Uno di questi, che sa del mio lavoro nella moda, vedendomi ha esclamato: non pensavo che anche gli stilisti che vivono in un mondo a parte, dovessero vaccinarsi». Sorride sulla battuta ricevuta Piero Cividini, originario di Dalmine, residente da anni a Bergamo, stilista e imprenditore, fondatore con la moglie Miriam della maison Cividini che da decenni sfila alla Settimana della Moda milanese e porta il made in Italy in giro per il mondo.

Quando si è vaccinato?

«Ho fatto la prima dose in aprile, appena è stato possibile».

Ha avuto remore?

«Data l’eccezionalità, qualche timore iniziale c’è stato ma semplicemente come quando si è davanti a qualcosa di nuovo. Ho ascoltato quanto comunicato dalle istituzioni sanitarie, ho letto le interviste dei virologi, mi sono informato e la considerazione che il vaccino è attualmente il solo modo per contrastare la pandemia e per difendermi e difendere le persone care dal virus mi ha tolto ogni indecisione. Ovviamente ho fatto anche la seconda dose, con ancora maggiore convinzione e ho l’appuntamento per la terza, in questi giorni».

C’è chi dice che in fondo ne bastano due, che la terza è inutile.

«Quando si imbocca la via non devi fare altro che arrivare in fondo. Se questo, come dice la scienza, è un metodo per il contrasto alla pandemia dobbiamo essere conseguenti e procedere senza grandi ripensamenti. Fare due dosi e non fare la terza è davvero un comportamento insensato, direi illogico. E allora cosa si sarebbero vaccinati a fare?».

Le persone attorno a lei come hanno vissuto la vaccinazione?

«Tutti diligentemente si sono vaccinati, sono tutte persone consce del valore sociale del vaccino oltre che sanitario. In famiglia non ci sono stati grossi dubbi, anche perché il Covid lo abbiamo fatto sia io sia mia moglie, e siamo stati fortunati dato che lo abbiamo contratto in maniera leggera».

Quando?

«Per primo l’ho preso io, a marzo 2020, dopo la sfilata a Milano e pochi giorni prima del primo lockdown. Una decina di giorni dopo l’evento ho iniziato a stare poco bene, avevo la febbre e una tosse leggera ma continua. Sono andato dal medico e non dimenticherò mai l’immagine della mia dottoressa bardata come un marziano. Mi ha dato una cura, mi ha isolato in casa e mi telefonava tre volte al giorno per sapere come stavo. Ero controllato a vista da mia moglie e mi ricordo che la dottoressa voleva anche parlare con lei: aveva il timore che non dessi peso alla cosa, che mi trascurassi. Poi anche Miriam è risultata positiva, e fortunatamente anche lei in forma leggera. Entrambi ci siamo curati in casa, eravamo tranquilli e il dolore e la preoccupazione erano più per il mondo esterno, con il suono delle sirene che continuava a portarci con il pensiero alla malattia e a chi era in ospedale».

Sua figlia Anita era all’estero?

«Sì, vive a New York e lì si è vaccinata. Ora anche lei sta aspettando la terza dose: la situazione negli Stati Uniti è stata molto caotica sotto la presidenza Trump che continuava a parlare di un “brutto raffreddore”, ora si sta regolarizzando ma è in continua evoluzione anche lì, dove i problemi sono maggiori. L’Italia ha organizzato in tempi più brevi la campagna vaccinale, il Sistema sanitario dopo la prima ondata sta reggendo. In America il minimizzare dei primi mesi ha ostacolato il contenimento del virus che avrebbe potuto evitare molto decessi. Ora l’allerta è alta».

Tornando all’Italia, ha mai dovuto spiegare i motivi della sua decisione a vaccinarsi?

«Capita raramente, chi conosco e frequento è della mia stessa idea e anche in azienda siamo tutti convintamente vaccinati. Se comunque c’è da parlarne difendo il mio punto di vista, come sempre».

Sicuramente questa fase ha cambiato il modo di lavorare. Pensiamo alle sfilate, alla presentazione delle collezioni, a tutto il mondo moda che ha sempre girato vorticosamente, da un Paese all’altro.

«Le sfilate hanno naturalmente subito una battuta d’arresto, ma tutto il settore non si è arreso ed ha reagito inventandosi nuove forme per comunicare ai media e ai clienti un lavoro che è il prodotto di sei mesi di studi e produzione. Da qui le sfilate virtuali e le presentazioni a clienti e partner commerciali da remoto. Diciamo che tutto sommato ce la siamo cavata, naturalmente rinunciando alla magia della passerella che soprattutto in questa occasione si è dimostrata ancora insostituibile. Anche queste modalità sono nel rispetto della sicurezza di tutti. Il vaccino ci aiuterà a tornare a quella magia».

Il Green pass sta aiutando molto.

«Il vaccino è assolutamente irrinunciabile e il Green pass è uno strumento di persuasione particolarmente utile: ha velocizzato la campagna vaccinale, è molto efficace. Certo, chi ideologicamente è contro il vaccino è purtroppo difficilmente convincibile. La democrazia è fatta anche di questo: la possibilità di lasciare fare agli altri scelte che noi riteniamo sbagliate, ma in questo caso queste scelte possono causare nuovi decessi, ancora dolore, nuove chiusure e problemi sul territorio. Per questo motivo sono un sostenitore dell’obbligatorietà del vaccino, a tutte le categorie».

Crede sia fattibile?

«Sì, il problema potrebbe essere quello di farlo rispettare e si dovrebbero intensificare i controlli. Quello che bisogna capire è che, in questo momento, il bene comune è più importante di qualsiasi considerazione individuale. Non ci possiamo permettere di fare quello che vogliamo, ci devono essere delle regole».

È preoccupato?

«Sono preoccupato di una ideologia che in questo caso ha delle conseguenze gravi, per tutti. Ci si deve vaccinare per la propria sicurezza e per quella degli altri. Più persone si vaccinano e più difficile diventa il contagio. Inoltre questo ci aiuta a mettere in sicurezza l’economia, affinché non venga messa in pericolo danneggiando soprattutto le parti sociali più deboli. C’è chi ora vede la ripresa e non pensa a quali disastri potrebbe provocare un nuovo lockdown. Da cittadino penso alla salute, mia e degli altri, ma da imprenditore devo anche pensare al lavoro, agli stipendi da pagare. Il sistema è già indebitato fino al collo: pensiamo alla nostra salute e alle nostre famiglie, ma pensiamo anche al lavoro. Mi chiedo se chi dice no al vaccino, si renda conto realmente delle conseguenze di una nuova ondata pandemica».


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