I luoghi di lavoro si trasformano e la provincia diventa città

Le trasformazioni del sistema produttivo manifestatesi con il lockdown, in particolare con l’esplosione del lavoro a distanza, sono destinate a ridisegnare la configurazione urbana della provincia di Bergamo

1 - IL LAVORO CAMBIA IL TERRITORIO

I cambiamenti nelle modalità di lavoro, di cui ha ampiamente scritto su queste pagine Michele Tiraboschi la scorsa settimana, si ripercuotono sugli assetti urbanistici del territorio. Come influiranno sulla provincia di Bergamo?

Ci sono molteplici fattori da considerare, comincerò esaminando gli impatti del telelavoro.

Fino a pochi anni fa se ne parlava poco, ma con la pandemia è diventato parte integrante della nostra vita quotidiana. Da subito si sono sottolineate le opportunità (ovviamente per le categorie di lavoratori per cui il telelavoro è possibile, non per tutti è così) che esso offre ai due processi più rilevanti del nostro tempo: la transizione digitale e la transizione ecologica. La prima è ovvia, visto che il telelavoro si basa sull’utilizzo di computer dispositivi connessi, la seconda è data dal fatto che riducendo gli spostamenti, si riducono consumi ed emissioni.

Chiariamo subito che non è automatico che lo smart working riduca effettivamente i consumi. Molti studi evidenziano la possibilità di “effetti rimbalzo”: ad esempio, una riduzione potenziale degli spostamenti per lavoro non porta automaticamente a una riduzione di consumi energetici ed ambientali. Lo si è visto nel piano della sosta di Verona: si è ridotta una pressione di sosta nell’arco della giornata lavorativa, ma all’ora dell’aperitivo la situazione è rimasta identica. È una nota di colore, però dà conto che anche chi ha lavorato da casa, poi aveva voglia di uscire e di socializzare e per farlo utilizzava l’auto.

Più significativi i possibili impatti urbanistici. Lo smart working ci ha fatto scoprire che non esiste solamente il lavoro in presenza nei business center, cioè nelle sedi delle imprese, che anzi in questa fase stanno ripensando dimensione e organizzazione dei propri spazi lavorativi; permane la volontà di affermazione dell’impresa con edifici ben riconoscibili e con un buon posizionamento nel contesto urbano, ma l’ affermazione del telelavoro suggerisce un ripensamento in riduzione in termini di spazi.

Si può così rilanciare l’idea, fino a qualche anno fa poco diffusa, di centri di telelavoro sganciati dall’essere di proprietà di un’azienda ma aperti a più società che possono offrire uno spazio lavorativo di prossimità per i propri dipendenti. È un’opportunità interessante che peraltro poggia su una qualche esperienza che si è prodotta con gli spazi di co-working che si sono affermati in questi anni.

In secondo luogo, il telelavoro potenzialmente rallenta il vincolo di residenzialità: nel medio termine diventa più facile stabilire la propria residenza, con libertà di maggiore distanza dal luogo di lavoro, beneficiando del superamento dell’obbligo quotidiano di spostarsi per lavorare.

È un fenomeno che potrebbe diventare un grande motore per il rilancio delle cosiddette “aree interne”, nel nostro caso i territori di montagna, con qualche interessante contributo a ridurre gli squilibri territoriali.
Potrebbe perciò cambiare (lo misureremo negli anni a venire) il nostro rapporto con le località di villeggiatura, riabilitando la galassia delle seconde case. Ad esempio: un milanese che possiede un’abitazione turistica a Castione della Presolana vive i cinque giorni lavorativi a Milano e i due del fine settimana a Castione. In futuro, beninteso per alcune categorie di lavoratori e tenendo conto dei vincoli familiari, i pesi potrebbero invertirsi: vivere a Milano i due giorni che gli servono per andare in ufficio e gli altri cinque a Castione.

Se esaminiamo le dinamiche di spostamento che riguardano il rapporto tra la città di Bergamo e la provincia, è possibile ipotizzare che la diffusione del lavoro a distanza determini un ampliamento del bacino primario del capoluogo da un raggio di circa 15 km (entro il quale si sviluppa una parte importante del pendolarismo quotidiano) a uno di circa 30 km, investendo in pieno i laghi, la media montagna e, forse, parte della bassa. Ma il fenomeno potrebbe andare oltre il confine provinciale, in particolare nelle direzioni est e ovest di Brescia e di Milano.

Insomma il ragionare sul telelavoro ci suggerisce un ripensamento possibile di condizioni insediative, tipologie abitative, assetti degli spazi collettivi e rappresenta un’opportunità per vivificare località turistiche declinate e declinanti, rimettendo in gioco quel patrimonio edilizio. Non rappresenta la soluzione, ma ragionevolmente una spinta che può andare in questa direzione: si dischiude il tema di un’azione di riqualificazione del consistente patrimonio edilizio, per parte obsoleto, costituito dalle abitazioni turistiche e delle infrastrutture a queste connesse.

2 – EDIFICI, INFRASTRUTTURE E SERVIZI DA RIQUALIFICARE

Queste dinamiche di modificazione delle geografie insediative necessitano di essere accompagnate da politiche urbanistiche e territoriali adeguate.
Ricordo, nell’estate del 2020, qualche dialogo con i sindaci del contesto orobico che dicevano: «Le persone che arrivano a casa qui, questa estate si sono fermate due mesi e cominciano a chiedere: qual è la struttura sanitaria più vicina, dov’è la scuola?». Chiedono informazioni sulla dotazione di servizi di cittadinanza per capire se la scelta di ricalibrare la propria settimana, o addirittura cambiare abitazione, sia praticabile rispetto a quello che è il livello medio di servizi a cui si sono abituati se vivono in contesti urbani. Se il fenomeno dovesse continuare, dovremmo, appunto, adeguare le politiche urbanistiche.

È opportuno simulare degli scenari che mettano in evidenza i fattori ‘abilitanti’ l’eventuale riconfigurazione delle scelte di residenzialità.
Le questioni sono almeno quattro
. La prima riguarda le risorse (private, pur con qualche sostegno pubblico di defiscalizzazione) necessarie alla riqualificazione energetica e funzionale delle ‘seconde case’. Questo tema è collegato alla dinamica dei valori immobiliari derivanti da eventuali nuove preferenze abitative, alle scelte di investimento degli operatori e al loro indotto sulla fiscalità delle amministrazioni locali che potrebbero beneficiarne.

Poi vengono le infrastrutture di connessione (di persone e di dati, materiali e digitali) tra i luoghi della produzione manifatturiera, i central business district delle aree urbane dense e le località di potenziale nuova residenzialità.
Infine, si devono ripensare i servizi collettivi di base (cura delle persone, istruzione, sicurezza, commercio) e valorizzare in chiave sussidiaria l’‘economia di comunità’ in rapporto al welfare pubblico [1].

Un tema centrale, e dibattuto in diverse fasi, riguarda il rapporto con Milano, non solo per le relazioni regionali e territoriali ma per un processo di definizione del posizionamento di Bergamo e della sua provincia. Oggi il tema dominante riguarda l’efficienza delle connessioni, tra i capoluoghi, in particolare un miglioramento del livello di servizio pubblico con il treno che consenta di collegare le stazioni di Bergamo e Milano in mezz’ora: è l’obiettivo del prossimo collegamento ferroviario Orio al Serio-Bergamo-Milano.

Allarghiamo però lo sguardo: se esaminiamo il quadrante dell’Italia settentrionale le maggiori tensioni insediative sono riconoscibili nel triangolo che va da Milano a Bologna a Padova: lì si concentra una parte consistente degli investimenti sui sistemi della produzione e dello scambio, e Bergamo si trova lungo una linea di tensione di questo triangolo.
Entro questa geografia allargata e generale, emerge una situazione di relazione molto forte, tra Brescia-Verona. Probabilmente perché Brescia vive anche dell’essere in posizione chiave tra quella che è la regione metropolitana milanese allargata (che investe anche Bergamo), e il suo essere un po’ snodo con quel sistema del Nord-est che la lega soprattutto a Verona, nodo infrastrutturale molto importante. E questo ha il suo peso nel disegno di queste “geografie”, che aiutano a leggere le dinamiche territoriali che ci stanno attraversando.

Se poi ci addentriamo nel contesto regionale, guardando anche a quelle che sono le geografie ridisegnate dalle infrastrutture, riconosciamo ‘il triangolo nel triangolo’ costituito da Milano-Bergamo-Brescia, che poggia sulle polarità economiche rilevanti costituite dai tre capoluoghi che si innervano su territori densi e dinamici. Ruolo chiave è naturalmente giocato dalle infrastrutture di comunicazione che stanno catalizzando elementi di trasformazione molto rilevanti; su tutti il raccordo autostradale BreBeMi e lo sviluppo di insediamenti del sistema della logistica. Logistica rispetto alla quale sta accadendo, dal punto di vista territoriale, qualcosa di piuttosto simile a quanto accaduto venti-trenta anni fa con lo sviluppo dei centri commerciali.

[1] La ricerca dedicata ai potenziali effetti del telelavoro sulle geografie insediative è stata condotta con l’ing. Andrea Debernardi, e pubblicata in: ADOBATI, FULVIO, DEBERNARDI ANDREA (2022) The Breath of the Metropolis: Smart Working and New Urban Geographies. Sustainability, 14, 1028. https://doi.org/10.3390/su14021028

3 – MILANO SI AVVICINA: MONTAGNE E PIANURA PIU PREZIOSE

Rispetto al rapporto con Milano molti ricordano le resistenze diffuse al potenziamento dei collegamenti, per il timore di essere assorbiti (e resi quartiere) della ‘grande Milano’. Oltre questi timori, oggi si è capito che il territorio funziona in maniera diversa, in modo reticolare, e il problema è capire come ci si posiziona rispetto a questo sistema di relazioni territoriali multiscalare, e quale sia il posizionamento desiderabile e il livello di equilibrio raggiungibile.

Parlare di territorio bergamasco e dei suoi caratteri, significa partire dai territori di montagna, e dalla montagna ‘fucina di urbanità’ che ha generato lo sviluppo territoriale. Da qualche tempo il tema montagna, dopo anni di marginalizzazione nel dibattito pubblico, sta riemergendo e la sostenibilità del vivere e lavorare in montagna credo sia impegno centrale per gli anni a venire, operando entro e oltre la Strategia nazionale e regionale per le ‘Aree Interne’.

Un secondo tema in termini di pianificazione che riguarda l’area centrale e la necessità di ragionare in termini europei di organizzazione urbana, e quindi ragionare di mobilità e di sistema del trasporto pubblico che si sta ridisegnando in modo importante. La dolorosa fase pandemica ci ha fatto riconsiderare il valore della prossimità nello spazio urbano, e qui, oltre le retoriche, la “città dei 15 minuti” rappresenta una tensione ideale che sostiene un modello di vivibilità dello spazio urbano.

Dalla montagna all’area centrale alla pianura agricola, dove la questione rilevante riguarda le trasformazioni insediative che inseguono le grandi infrastrutture: poli logistici, data center, vertical farm. etc. Di fronte alla velocità del nostro tempo, e alle dinamiche di sviluppo che interessano l’intera regione padana, giova ricordare le parole di Carlo Cattaneo «Noi possiamo mostrare agli stranieri la nostra pianura tutta smossa e quasi rifatta dalle nostre mani».

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