Aumentano le rette in molte Rsa: «Scelta obbligata»

Aumentano le rette in molte Rsa: «Scelta obbligata»

Diverse strutture decidono di alzare di poco la quota giornaliera. Ancora niente ristori del 2020.

Gli aumenti alle tariffe che Regione Lombardia riconosce come remunerazione per l’offerta sociosanitaria delle case di riposo nel triennio 2020, 2021 e 2022 non bastano a coprire l’incremento delle spese che le Rsa dallo scoppio dell’emergenza Covid-19 devono sostenere. Dal Pirellone inoltre non è mai arrivato alcun risarcimento per i posti letto che le strutture di ricovero devono tenere vuoti su disposizione regionale (uno ogni venti, a disposizione per l’eventuale necessità di isolare malati contagiosi), né per lo stop ai nuovi ingressi imposto a marzo 2020, in piena emergenza, e durato fino all’estate dello scorso anno. Qualche mese fa, denunciando perdite vicine ai 18 milioni di euro, le case di riposo bergamasche avevano minacciato di essere pronte a introdurre a carico dei propri utenti un aumento giornaliero delle rette di dieci o dodici euro battezzando il rincaro «tariffa Fontana – Moratti»: la provocazione, per ora, è rimasta nel cassetto, anche perché nel frattempo da Milano qualcosa si è mosso, ma quasi tutte le Rsa orobiche (6.196 posti letto ripartiti in 65 realtà) stanno introducendo un aumento, più contenuto delle rette a carico degli anziani e delle loro famiglie. Uno o due euro al giorno, dopo essere rimaste bloccate negli ultimi due anni. Tanto o poco, una decisione «sofferta» in tutte le strutture che l’hanno adottata.

«Molto sofferta direi – ammette Enrico Madona, direttore generale della Fondazione Piccinelli a cui fa capo la casa di riposo di Scanzorosciate – e il nostro consiglio di amministrazione ha discusso sulla propria vocazione sociale vicina al territorio e alle esigenze della sua comunità, ma anche sulla necessità di garantire la sostenibilità economica della struttura. Alla fine ha prevalso la linea di introdurre aumenti contenuti, nell’ordine dell’1 o 2% rispetto alle rette già in vigore». Il rincaro è stato valutato negativamente dalle organizzazioni sindacali che rappresentano i pensionati di Cgil, Cisl e Uil i quali hanno chiesto di «evitare aumenti delle rette e di valutare dove già fossero avvenuti (e in alcuni casi sappiamo che l’aumento è stato considerevole) una loro rimodulazione», ma per i gestori delle case di riposo non c’è alternativa. «I costi del personale e della gestione ordinaria sono andati alle stelle – spiega Cesare Maffeis, presidente dell’associazione che riunisce le case di riposo bergamasche di ispirazione laica – oggi la retribuzione di un infermiere è aumentata del 20% rispetto a due anni fa e nonostante questo facciamo fatica a trovarne. Gli sforzi messi in campo da Regione Lombardia vanno riconosciuti: rispetto al passato il Pirellone ha cambiato passo nel rispondere alle nostre richieste, ma l’intervento regionale non basta. Ecco perché oggi si deve ricorrere ad un aumento delle rette». Su quel che la Regione finora ha fatto è però più severo il giudizio di Barbara Manzoni, la presidente dell’associazione San Giuseppe, la realtà che rappresenta le case di riposo di ispirazione cattolica: «Regione Lombardia ha sì incrementato del 3,7% le tariffe che ci riconosce per i nostri servizi, ma non ha fatto nulla per risarcire le nostre strutture delle decisioni adottate nel corso del 2020 che, imponendoci di tenere i letti vuoti, ci hanno creato un duplice danno economico: da una parte non abbiamo ricevuto i rimborsi regionali per le prestazioni, dall’altra non abbiamo incassato le rette. Temo che di questi ristori alla fine non vedremo più nulla, e questo rischia di appesantire i nostri bilanci per molto tempo anche perché l’obbligo di tenere libero un posto letto ogni venti è tuttora in vigore».

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