Conflitto in Iran, caos spedizioni merci: «Porti bloccati e boom del prezzo dei noli»

TRASPORTO. Chiuso lo Stretto di Hormuz, lo stop si sta estendendo anche al Canale di Suez, dove si trovano gli Houthi. Saponaro (Asco): «La maggior parte delle compagnie ha cancellato le tratte che fanno scalo in Medio Oriente».

Il commercio globale sta già soffrendo le ripercussioni della guerra in Medio Oriente. Nonostante le ostilità siano iniziate solamente tre giorni fa, la catena del trasporto merci si è già rotta. «La maggior parte delle compagnie marittime ha cancellato le tratte che fanno scalo nei porti del Medio Oriente. Il quadro nella serata di lunedì 2 marzo era il seguente: ci sono ancora degli spedizionieri che mantengono attivo il collegamento con il porto di Jebel Ali, a Dubai, ma è quasi ovvio che nel giro di qualche ora tutti i traffici da e per i porti della penisola arabica saranno bloccati», spiega Marcello Saponaro, presidente dell’Associazione degli spedizionieri e dei corrieri orobici (Asco), la branca bergamasca di Fedespedi, e amministratore delegato della Logimar di Carobbio degli Angeli, una delle maggiori realtà della nostra provincia specializzate nelle spedizioni internazionali via nave.

«La speranza è che la situazione si ricomponga presto, ma le dichiarazioni delle parti in guerra ci fanno temere il contrario. Il problema è che una soluzione alle ripercussioni del conflitto sui commerci non c’è»

Le operazioni al porto di Jebel Ali - uno dei principali del Medio Oriente - si sono interrotte domenica, salvo poi ripartire (almeno a detta dell’autorità portuale) nel pomeriggio di lunedì: «In una condizione del genere, anche se il porto riaprisse, chi ci porta le proprie navi se ne assume le responsabilità. Per questo, molte compagnie non ci torneranno presto», continua Saponaro.

Lo stretto di Hormuz chiuso

Teheran ha risposto all’offensiva americana chiudendo lo Stretto di Hormuz, che dà accesso alla costa orientale della penisola arabica: ciò significa che Paesi come gli Emirati Arabi, il Qatar, il Bahrain e il Kuwait sono stati tagliati fuori dal commercio internazionale. «Per quanto riguarda l’Arabia Saudita si può ancora utilizzare il porto di Jeddah, sul Mar Rosso. Ma è impensabile portare le merci da lì a Dubai e viceversa: sono 2mila chilometri di strada nel deserto», spiega Saponaro. Il blocco si sta estendendo anche al Canale di Suez, dove ci si aspetta un aumento delle attività dei ribelli yemeniti Houthi contro le navi occidentali: «Gli Houthi sono alleati dell’Iran. Diverse compagnie europee hanno già smesso di passare per il Golfo di Aden e il Canale di Suez temendo nuovi attacchi. Alcune hanno deciso di mantenere la rotta, ma prevediamo cambiamenti già nelle prossime ore».

Il blocco delle merci

Le ripercussioni immediate dell’inizio del conflitto in Medio Oriente sono state due. La prima è stata l’aumento dei prezzi dei noli marittimi «di una cifra che oscilla tra i duemila e i quattromila dollari per container», sostiene Saponaro: di fatto, il prezzo di alcune tratte potrebbe raddoppiare. La seconda è il blocco delle merci: diversi trasportatori internazionali hanno deciso di interrompere le nuove partenze, lasciando le proprie merci in porto, e di far rientrare negli scali più vicini le navi già in mare, per aspettare che le acque si calmino. La realtà, però, potrebbe essere un’altra: «La speranza è che la situazione si ricomponga presto, ma le dichiarazioni delle parti in guerra ci fanno temere il contrario. Il problema è che una soluzione alle ripercussioni del conflitto sui commerci non c’è», conclude il presidente di Asco.

I costi di energia e carburante

Le prime ripercussioni concrete per i consumatori arriveranno a giorni e riguarderanno soprattutto i costi dell’energia e del carburante. Il prezzo del petrolio è salito di otto dollari al barile, passando da 66 a 74 dollari per il Wti e da 70 a 78 dollari per il Brent. Si teme però soprattutto per il gas naturale liquefatto (Gnl): dopo l’attacco iraniano alle due maggiori raffinerie del Qatar - il principale produttore di Gnl al mondo - il colosso petrolifero nazionale «Qatarenergy» ha dovuto interromperne l’estrazione, facendo aumentare i prezzi su alcuni mercati europei (Paesi Bassi e Regno Unito in primis) di percentuali comprese tra il 45 e il 50%.

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