Allarme carceri, la politica non ci sente

ITALIA. Sono 28 i suicidi di detenuti nelle carceri italiane da inizio anno. Per dare un’idea del livello dell’emergenza in cui è precipitato il nostro sistema penitenziario, l’anno scorso alla stessa data erano 16, e a fine anno arrivarono a 69.

Cifre mai viste in Italia negli ultimi trent’anni. Gli istituti sono sovraffollati come non mai: 61.049 i detenuti presenti a fine marzo, per 42.276 posti regolamentari disponibili, con un indice di affollamento pari al 129,19%. Anche a Bergamo al «Don Fausto Resmini» i numeri sono preoccupanti: 567 i detenuti, per una capienza di 319. Ogni mese la popolazione carceraria aumenta, seguendo un trend che non sembra destinato a invertirsi a breve, anche per via di una raffica di decreti, alcuni particolarmente fantasiosi, che individuano nel carcere l’unica soluzione a comportamenti che spesso sono più devianze sociali che atti criminali. Alla Camera è in discussione il decreto legge che, probabilmente per la prima volta in un Paese occidentale, prevede che anche la resistenza non violenta a un ordine imposto in un carcere venga punita con altri anni di carcere.

Ha scritto il giurista Paolo Borgna su Avvenire: «Dietro questa novità vi è una concezione del carcere che viene da lontano e che negli ultimi anni si è radicalizzata: concepire la prigione come vendetta e unica vera sanzione».

Come se non bastasse, da qualche mese negli istituti viene applicata la circolare che ha di fatto abolito la pratica delle celle aperte, che consentiva ai detenuti un minimo di socializzazione al di fuori delle canoniche «ore d’aria». Il risultato di queste politiche lo vivono ogni giorno, sulla loro pelle, anche gli agenti della polizia penitenziaria e gli operatori degli istituti (insegnanti, educatori, psicologi, personale sanitario). Si trovano a fronteggiare per lo più uomini che hanno problemi di tossicodipendenza o psichiatrici (più spesso entrambi), moltissimi non parlano nemmeno l’italiano (gli stranieri al 31 marzo erano 19.108), che passano gran parte del loro tempo in celle sovraffollate, senza poter andare a scuola o partecipare ad attività rieducative perché non si riesce a star dietro alle richieste.

Il dramma degli agenti della polizia penitenziaria, chiamati a fronteggiare una situazione alla quale qualsiasi preparazione o addestramento non può che risultare insufficiente, non sarà mai messo adeguatamente in rilievo. Basti sapere che anche tra gli agenti il numero dei suicidi è elevato: 85 si sono tolti la vita nell’ultimo decennio.

Il quadro è preoccupante, ed ecco perché risulta stridente la doverosa indignazione per il caso di Ilaria Salis (imprigionata in condizioni disumane in Ungheria, il cui pietoso caso è stato scoperto tardivamente dalla politica italiana, che l’ha trasformata in una bandiera elettorale), se messa a confronto con il silenzio sconfortante rispetto al desolante stato di salute delle nostre carceri, sempre più lontane dal mandato costituzionale,che prescrive «pene che devono tendere alla rieducazione del condannato».

Ancora più preoccupante appare la situazione rispetto alle contromisure messe in atto per fronteggiarla. L’ultima è uno stanziamento di cinque milioni di euro, che in un comunicato del ministero della Giustizia viene collegato all’emergenza suicidi. In realtà, più banalmente, si tratta di un adeguamento del fondo salariale degli psicologi che operano in carcere (almeno quelli dipendenti del ministero della Giustizia, gli altri dipendono dalle strutture sanitarie territoriali), la cui paga oraria è stata aumentata solo recentemente da 17 euro lordi (sì, proprio 17 euro lordi) a 30 euro. La strada è ancora lunga, e tutta in salita.

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