L'Editoriale
Giovedì 19 Febbraio 2026
Board of Peace per Gaza. La veste controversa dell’Italia «osservatore»
MONDO. L’unico ministro degli Esteri di un Paese europeo di prima grandezza sarà il nostro, Antonio Tajani, che parteciperà nella veste piuttosto controversa di «osservatore».
Oggi a Washington si riunisce il Board of Peace, la commissione voluta da Trump per gestire la ricostruzione di Gaza. A quel comitato, che sarà presieduto da Trump a vita, a prescindere dall’essere presidente degli Usa, partecipano - pagando un miliardo di dollari come ingresso - leader assai discussi, autocrati e dittatori anche di parecchie Repubbliche asiatiche ex sovietiche. Dall’Europa ci saranno solo un paio di amici di Trump, l’ungherese Orban e il presidente bulgaro. La Commissione Ue ha deciso di inviare un «alto funzionario», quindi non un commissario, in veste non di «partecipante» ma nemmeno di «osservatore» (quindi pressappoco alla stregua di un passante…). Neanche gli israeliani avrebbero voluto aderire per la presenza di turchi e quatarini - questi ultimi finanziatori di Hamas - ma alla fine Netanyahu ha dato l’ok.
La posizione dell’Italia
L’unico ministro degli Esteri di un Paese europeo di prima grandezza sarà il nostro, Antonio Tajani, che parteciperà nella veste piuttosto controversa di «osservatore». Una situazione molto imbarazzante per svariati motivi ma che riflettono la difficile situazione in cui si trova innanzitutto Giorgia Meloni, che avrebbe molto volentieri aderito alla richiesta di Trump, ma è stata fermata da due ostacoli: il primo, di natura costituzionale; il secondo di rapporto con gli europei. Sulla Costituzione, nessun dubbio si può sollevare circa la chiarezza dell’articolo 11 che ci vieta di partecipare ad organizzazioni internazionali non «in condizioni di parità con altri Stati», argomento che è stato sollevato dai giuristi e dalle opposizioni. Per dribblare il limite costituzionale, l’Italia ha deciso di partecipare come Paese «osservatore», figura peraltro non prevista dal Board. Inoltre Meloni, nei colloqui che sembravano aver stabilito una partnership con la Germania (andata velocemente in frantumi proprio a causa della diversa visione nei rapporti con la Casa Bianca) ha provato a convincere il cancelliere Merz ad aderire al Board, ma ha ricevuto un secco diniego, per di più motivato da parte tedesca con la posizione vaticana: la Santa Sede infatti non solo non partecipa ma vede nella cosiddetta Onu di Trump «punti critici che richiedono spiegazioni», se non addirittura «una iniziativa colonialista», per usare le parole del Cardinale Pizzaballa.
Chi è personalmente in difficoltà è proprio Tajani. Per più di un motivo. Il primo è politico: il partito europeo di cui è vicepresidente, il Ppe, è nettamente contrario al Board trumpiano. Di Merz abbiamo detto ma parole ancora più dure sono state pronunciate dal presidente del partito, il tedesco Weber. Inoltre l’opposizione interna ha perfidamente rilanciato durante il dibattito parlamentare l’intervista con cui Marina Berlusconi si è scagliata contro Trump «che vuole cancellare tutte le regole, che segue la legge del più forte, che è violento con chi dissente» ecc. Non solo: a Montecitorio c’è stato anche chi ha rilevato che il ministro è caduto in contraddizione quando ha affermato che l’Italia vuol essere «protagonista» della ricostruzione di Gaza: come si fa ad essere fuori della stanza in cui si prendono decisioni e nello stesso tempo pienamente coinvolti in quelle decisioni? Domanda che non ha ottenuto per il momento una risposta soddisfacente da parte della Farnesina.
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