(Foto di Ansa)
MONDO. L’attuale guerra in corso in Medioriente, ben più di altre che si sono combattute nella stessa area fino a poco tempo fa, per esempio in Israele o in Libano o in Siria, può avere un impatto economico di portata globale.
Il motivo non è tanto nel peso degli attori statali direttamente interessati, il cui numero peraltro cresce di pari passo con la reazione della Repubblica islamica iraniana che è arrivata a coinvolgere diversi Paesi del Golfo, oltre che a minacciare Cipro e Turchia. A rendere globale l’impatto economico della guerra è soprattutto la peculiare collocazione geografica di questo conflitto. Missili, droni e caccia militari sorvolano infatti uno degli snodi cruciali del commercio globale: lo Stretto di Hormuz. Parliamo di un braccio di mare lungo appena una sessantina di chilometri e largo trenta, una specie di «gomito» stretto a nord dall’Iran e a Sud da Oman ed Emirati Arabi Uniti, e che unisce il Golfo Persico e il Golfo dell’Oman. In questo stretto transitano normalmente innumerevoli navi, ingenti quantità di petrolio (addirittura un quarto di quello globale) e di gas. Proprio ieri una nave portacontainer è stata però colpita da un missile «vagante» al largo delle coste dell’Oman mentre transitava nello Stretto di Hormuz. Si tratta del quarto attacco segnalato nelle acque della regione in 24 ore. Tanto che il traffico di petroliere nell’area, secondo la società di intelligence del mercato energetico Kpler, è diminuito del 90%. In estrema sintesi, l’impennata dei rischi che si corrono durante la navigazione di questi sessanta chilometri di mare è all’origine degli sconquassi economici cui stiamo già assistendo.
Secondo gli analisti di Geopolitical Futures, i mercati assicurativi sono di fatto riusciti a limitare i traffici commerciali ben prima che ci riuscissero con le armi alcuni esponenti del regime iraniano
L’aumento del rischio, fin dalle prime ore dell’attacco americano e israeliano che pure non aveva coinvolto nessuna nave o nessun porto nell’area, è stato registrato immediatamente dalle società assicuratrici. Il fatto che il Golfo sia stato subito catalogato come zona «extreme war risk» dalle assicurazioni Lloyd’s di Londra, cioè come zona caratterizzata da «pericolo di guerra estremo», ha fatto schizzare le polizze per tutte le navi, i container e in generale gli operatori nello Stretto. Parliamo di cambiamenti di prezzo nell’ordine di centinaia di migliaia di euro per una singola petroliera. Calcoli simili, inoltre, cambiano continuamente, aggiungendo incertezza e riducendo la prevedibilità necessaria a valutare l’economicità o meno di una specifica tratta. Secondo gli analisti di Geopolitical Futures, i mercati assicurativi sono di fatto riusciti a limitare i traffici commerciali ben prima che ci riuscissero con le armi alcuni esponenti del regime iraniano. I costi di assicurazione, spiegano gli stessi analisti, non investono solamente i proprietari delle navi. Tali costi fanno aumentare in generale i costi di spedizione sostenuti da ogni industria e alla fine arrivano a pesare – anche per questa via - sulle tasche dei consumatori. L’impatto sul settore energetico, e dunque sulle nostre bollette, sarebbe ancora peggiore se oltre al trasporto di idrocarburi le armi intaccassero la produzione e la raffinazione degli stessi. Per il momento si sono verificati alcuni episodi preoccupanti, come la chiusura della raffineria di Ras Tanura della società statale saudita Saudi Aramco, ma fortunatamente non una distruzione generalizzata.
L’impatto sulle bollette energetiche non sarà uguale in tutto il mondo. Probabilmente, a differenza di quanto accaduto con l’invasione russa dell’Ucraina, stavolta dovrebbe essere l’Asia il continente più colpito dalla possibile riduzione temporanea dei flussi energetici. L’anno scorso l’Unione europea ha importato l’8% del suo gas naturale liquefatto (Gnl) dal Qatar, mentre da Hormuz passa il 9% dell’approvvigionamento di petrolio dell’Unione e il 40% dei prodotti raffinati. Il 70% delle forniture europee di Gnl arriva da Stati Uniti e Norvegia. In un mercato globale, però, nemmeno noi Europei rimarremmo al riparo da rincari se le ostilità durassero più di qualche settimana. E nemmeno gli Stati Uniti, dall’altra parte dell’Oceano, possono considerarsi immuni. Non a caso tra gli obiettivi su cui ha insistito fin da subito l’Amministrazione Trump, annunciando l’attacco contro l’Iran, c’è stata la distruzione della Marina della Repubblica islamica, proprio per ridurre la capacità di “disturbo” del commercio globale. A questo, nelle scorse ore, si è aggiunta la proposta di fornire assicurazioni “a prezzo ragionevole” attraverso la Banca di sviluppo americana, e perfino – come extrema ratio – l’offerta di scortare le petroliere con le navi della Marina a stelle e strisce. Tutte soluzioni tampone, però, se lo Stretto di Hormuz rimanesse difficilmente percorribile a lungo.
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