Conflitto in Libia Europa disarmata

Conflitto in Libia
Europa disarmata

L’Unione europea si trova nuovamente davanti a scelte epocali che potrebbero cambiare la natura stessa dell’organizzazione. Le sfide del XXI secolo impongono infatti decisioni rapide, ferme e lungimiranti. La crisi libica, ad esempio, ha mostrato come la mancanza di una voce sola comunitaria abbia aggravato la situazione. È vero, sono gli Stati nazionali a essere i «maggiori azionisti» dell’Ue e non si può chiedere loro di cedere al centro ulteriori poteri anche in politica estera dopo quelli in campo monetario. Ma qui in ballo, invero, c’è ora qualcosa di tremendamente più importante: si sta mettendo indirettamente in discussione la stessa concezione di Unione europea come la intesero i Padri fondatori – ossia uno spazio di libertà, diritto, democrazia, libero mercato e quant’altro – campione politico ed economico, ma non militare.

Quando si progettò l’Europa unita, il Vecchio continente usciva esausto da secoli di infinite guerre in cui si era sparso un oceano di sangue. Serviva voltare pagina e dire definitivamente addio alle armi. Così, fino ad adesso, la grande scommessa è stata quella di costruire un’organizzazione potenza politica ed economica nel mondo. Ci si illudeva che usando la diplomazia, l’euro ed il mercato unico si sarebbe riusciti ad ottenere risultati migliori che brandendo un fucile. La realtà contemporanea, che abbiamo davanti agli occhi con le immagini televisive provenienti dalla Siria o dalla Libia e con i resoconti sui vertici tra leader, sta, però, dimostrando che l’Unione europea viene ascoltata solo in parte sul palcoscenico internazionale.

Ma non solo: nel vuoto geopolitico lasciato dal riposizionamento degli Stati Uniti (finora il Paese leader dell’Occidente) vi si stanno infilando Stati con interessi diversi da quelli dei Ventisette. Ed il conto finora pagato dall’Unione europea - in alcuni frangenti apparsa su posizioni negoziali assai fragili - è stato salato se si pensa ai miliardi di euro consegnati alla Turchia di Erdogan, per non lasciare partire i circa 3 milioni di profughi siriani verso il Vecchio continente, e se si considera l’ondata migratoria - arrivata dall’Africa – che ha messo in difficoltà i welfare europei.

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