Contro i salari bassi servono le riforme

ITALIA. Nella consueta inversione delle priorità, la politica italiana si affaccenda attorno al salario minimo, che però non ha voti per passare, come palestra di demagogia calante per i pentastellati o per presunte prove di campo largo per l’opposizione (se non fosse che Renzi ha già fatto il guastafeste).

Diversivi alle spalle di qualcuno da strumentalizzare: in questo caso i tre milioni di lavoratori sottopagati (su 23 complessivi). Problema etico gravissimo, ma non certo risolvibile sventolando 9 euro ipotetici, confondendo il punto di arrivo con il punto di partenza di un ragionamento più meditato. Il problema vero sono i salari medi effettivi, fermi e anzi calanti del 2,9% da 30 anni come per nessuno in Europa (-12% reali dal 2008).

Retribuzione media Ocse sopra i 46.000 euro, poco sopra i 29mila da noi. Con un costo del lavoro di quasi 12 punti sopra la stessa media, che grava sulle imprese per il 24% e sui lavoratori per il 7,2%. È il famoso cuneo fiscale, croce di tutti gli ultimi governi (cominciò Letta, fece il boom Renzi), compreso questo, che si é molto vantato di togliere qualche euro al lordo spostandolo al netto, ma solo fino al 30 novembre. Poi altri miliardi.

Quel che complica il dibattito è lo scontro tra la concretezza delle cose (che ha trasformato la premier Meloni versione europea in una piccola Draghi) e il fascino immediato dell’emotività. È più facile andare in tv a deplorare che gente che «si spezza la schiena» prenda 3 euro all’ora (Giuseppe Conte, naturalmente), che non affrontare con serietà i grandi temi macroeconomici complessi che stanno dietro parole come cuneo fiscale, Mes, tassi alti della Bce, patto di stabilità europeo, immigrazione. E soprattutto Pnrr, in attesa della rata di febbraio, con auguri per quella prossima.

Questi sono i veri problemi, che restano irrisolti mentre piangiamo lacrime sullo sfruttamento del lavoro, che non sparirebbe magicamente (anzi…) con i 9 euro per legge e andrebbe colpito intanto con le norme esistenti, vedi caporalato, o con reati come quello di schiavitù. Quindi, si faccia il possibile per dare una risposta di dignità e rispetto a quei lavoratori (molti immigrati) , ma si eviti di risolvere problemi politici, di coalizione e sindacali sulla loro pelle, alzando a casaccio la cifra, senza neppur dire che non è tutta moneta ma la somma di vari elementi non retributivi.

Si comprende che sotto la spinta emotiva un leader da sempre contrario al salario minimo per legge come Landini abbia cambiato posizione, o che Confindustria altrettanto contraria, ora taccia. Bene la Cisl, che mantiene le critiche facendo notare che buttar lì 9 euro può indurre molte imprese ad allinearsi verso il basso (lo dice la legge, bellezza…), anche se ci sono poi altri che hanno fatto notare il pericolo opposto e cioè che tutto venga spinto verso l’alto, con una crescita del costo del lavoro del 20% per molti insostenibile. Tant’è che la proposta dell’opposizione prevede sostegni economici per le imprese che non ce la fanno. Nostalgia di dirigismo. Insomma, facile buttar lì un numero. Il salario minimo c’è quasi ovunque, ma con variabilità impressionanti. Si va da 2 euro a 13. La differenza italiana è che il 98% dei lavoratori ha un contratto serio ed è per questa via, diciamo di mercato, che sono stati regolati i rapporti. Anche se poi solo poco più di uno su 4 è firmato dai grandi sindacati. Il restante 2% è gestito da centinaia di sindacati senza storia e rappresentanza. Ma la soluzione non è l’ambiguità travestita da salario minimo obbligatorio. Nel testo presentato da un pezzo di sinistra, cosa significa «riconoscere un trattamento non inferiore a quello dei contratti collettivi comparativamente più rappresentativi»? Cosa vuol dire comparativamente, cosa più rappresentativi, in mancanza di una regola sulla rappresentatività? Sotto sotto, i sindacati vedono la possibilità di far riemergere la logica contrattuale. Si tornerebbe surrettiziamente al punto di partenza.

Contro la disoccupazione, finalmente ai minimi da anni, hanno fatto più le misure macroeconomiche che la demagogia pur tanto circolante. La Francia ne sa qualcosa. Continuiamo dunque con le riforme forti. Pnrr dove sei?

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