Cuba, la resa per provare a non morire di fame

MONDO. In una delle sue rare apparizioni televisive, e con una coreografia d’altri tempi, cioè parlando dalla sede del Comitato centrale del Partito comunista cubano di fronte ai membri del Politburo, il presidente Miguel Diaz-Canel ha annunciato che funzionari cubani sono in contatto con esponenti del Governo americano per «cercare soluzioni, attraverso il dialogo, ai contrasti bilaterali che esistono tra le due nazioni».

Con gli occhi e le menti del mondo concentrati sulla guerra in Iran e sull’ennesimo dramma mediorientale, la notizia è passata sotto traccia. Ma con quelle poche parole Diaz-Canel ha cercato di dare dignità a quella che, a tutti gli effetti, è una dichiarazione di resa dell’isola che dal 1960 resiste al bloqueo, all’embargo totale decretato dagli Stati Uniti.

Il colpo di grazia è arrivato con Donald Trump che, nella sua versione della Dottrina Monroe, ha deciso di riaffermare il controllo Usa sul continente americano. Dopo il colpo sul Venezuela di Nicolas Maduro, Cuba è diventata l’obiettivo più immediato e più facile. Con poche mosse l’amministrazione Trump l’ha ridotta alla disperazione. Prima ha bloccato il flusso del petrolio dal Venezuela, minacciando dazi agli altri Paesi che volessero eventualmente rifornirla. Poi ha inserito Cuba nella lista dei Paesi sponsor del terrorismo, potendo così rendere ancora più crude le condizioni del blocco economico. Quindi ha costituito un gruppo di lavoro, guidato dal procuratore federale Reding Quinones (figlio di un esule cubano), per avviare procedimenti penali contro i leader cubani, sul modello di quanto fatto appunto con Maduro, poi rapito e portato negli Usa. Infine, dopo il lungo blocco ai rifornimenti, ha consentito la vendita del petrolio ai soli privati cubani, togliendo così potere e legittimità ai governanti di Cuba.

Lo sprofondo di Cuba «isolata»

Il risultato, oltre alla crisi profonda dell’economia dell’isola e del livello di vita (già non alto) dei suoi abitanti, è aver portato il regime cubano a una scelta comunque perdente. Resistere, insistere nella sfida, confidare in aiuti lontani, improbabili e comunque insufficienti come quelli promessi dalla Russia, e rischiare non solo un rapido sprofondo sociale ma anche un colpo di mano militare americano come quello minacciato dal segretario di Stato Marco Rubio (anche lui di origini cubane). Oppure, come sta succedendo, cedere, fingere di trattare con un interlocutore che in realtà detta le condizioni, e sperare di ottenere qualche concessione.

In fondo, proprio l’esempio del Venezuela autorizza Diaz-Canel e i suoi a nutrire qualche speranza: là Maduro è finito in carcere ma tutti gli altri sono rimasti ai propri posti, per quanto spietati fossero stati negli anni nel ruolo di collaboratori dell’autocrate e del suo regime.

Cuba e la posizione strategica che interessa gli Usa

Non sono certo le risorse di Cuba quelle che interessano a Trump, ma piuttosto la posizione strategica. In più, la prospettiva di riportare l’isola alle condizioni precedenti la rivoluzione castrista, quelle di un protettorato Usa in tutto e per tutto dipendente dalla volontà di Washington. L’alibi, come sempre, è la natura antidemocratica del regime cubano. Ma il progetto è ben diverso: come si diceva, mettere pezzo dopo pezzo sotto controllo (almeno politico) l’intero continente americano. Da questo punto di vista, le manovre su Cuba non sono diverse dall’aperta simpatia che la Casa Bianca manifesta per i separatisti dell’Alberta, nella tipica idea trumpiana di trasformare il Canada nel 51° Stato dell’Unione. Certo, Cuba è un boccone più facile. Ma, come anche l’Iran tragicamente dimostra, a Trump l’appetito vien mangiando.

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