Decreti, conti e migranti: l’altalena del governo

ITALIA. È un caso più unico che raro, ma è successo. Nello stesso giorno il Parlamento ha votato la conversione in legge di un decreto e il governo ha varato un altro decreto che corregge in parte quello appena convertito.

Il bizantinismo giuridico nazionale non aveva ancora raggiunto tali vette, ma tant’è. I rilievi del Capo dello Stato sulla costituzionalità dell’articolo del Decreto Sicurezza che prevedeva un compenso all’avvocato nel momento in cui il migrante veniva rimpatriato - e solo in quel caso - è stato corretto: il compenso ci sarà con qualunque esito e al termine della procedura, non al momento dell’effettiva partenza dell’immigrato. In questo modo si stempera il carattere di «premio» per il legale che incoraggia l’espulsione e si dovrebbero evitare i ricorsi alla Corte Costituzionale che sicuramente ci sarebbero stati. Nello stesso tempo si è placata la polemica degli avvocati, inviperiti per non essere stati neanche consultati dal governo. Si conclude così questa controversa vicenda mentre nell’aula di Montecitorio la sinistra per protesta intona «Bella ciao» e la destra risponde con l’Inno di Mameli (pare che alcuni leghisti non si siano alzati in piedi), insomma con un po’ di retorica e di teatralità tipiche dello scontro quotidiano tra maggioranza e opposizione.

Composta la diatriba, Palazzo Chigi ha avuto almeno una soddisfazione: l’Europa ha riconosciuto come compatibile con le sue norme la procedura seguita dall’Italia della gestione degli immigrati clandestini in territorio extracomunitario, in sostanza il centro in Albania più volte contrastato dalle sentenze dei giudici ma oggi pienamente funzionante (lo ha rendicontato una delegazione parlamentare del centrodestra che si è recata sul posto) anche perché Bruxelles ha modificato e ampliato la lista dei Paesi «sicuri» dove cioè è possibile rimpatriare un clandestino senza che siano ipotizzabili per lui conseguenze persecutorie. Un sì dalla Commissione nella stessa giornata invece di un no molto pesante: al vertice informale di Cipro è stata Ursula von der Leyen in persona a respingere la richiesta dell’Italia e della Spagna di sospendere il Patto di stabilità almeno per quanto riguarda le spese per l’energia, aumentate a causa della guerra in Iran.

La presidente della Commissione ha ricordato che ci sono ben 95 miliardi di euro che debbono ancora essere spesi per il capitolo energia, e inoltre che non ricorrono ancora le condizioni per le quali si possa sospendere il Patto: insomma, non siamo in recessione. «Ma la norma dovrebbe servire a prevenire il danno - ha replicato il ministro dell’Economia Giorgetti - e non solo a riparare i guasti della decrescita economica quando ci cadiamo dentro». Evidentemente lui e Giorgia Meloni si illudevano quando l’altro giorno, alla notizia che non saremmo usciti dalla procedura di infrazione per eccesso di deficit (per soli 600 milioni del bilancio dello Stato), facevano affidamento sulla protesta degli altri Paesi, sei in totale, che si trovano nella nostra condizione. Di fatto di quei Paesi, a cominciare dalla Francia, si è fatta avanti solo la Spagna di Sanchez. Circostanza tanto più pesante per noi perché in questa condizione l’Italia non ha lo spazio di manovra sufficiente per comporre una legge di bilancio da «anno elettorale», visto che si voterà nel 2027. La prospettiva di fare un’altra finanziaria «lacrime e sangue» non è certo un buon viatico per un governo che deve affrontare le urne e che oltretutto è reduce da una bruciante sconfitta come quella del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati.

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