Draghi e Stiglitz applauditi ma ignorati

MONDO. I recenti interventi di due pesi massimi – Mario Draghi e il Nobel dell’economia, Joseph Stiglitz – sono ritenuti fra le più lucide analisi per definire il presente e il futuro prossimo: lo tsunami di Trump e i dilemmi europei.

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Per l’uomo che ha salvato l’euro, il rimedio è il «federalismo pragmatico», ossia procedere verso l’integrazione con la coalizione di volenterosi, con chi è disponibile come è avvenuto con la moneta unica. Per il Nobel, ex capo economista della Banca mondiale e severo critico del capitalismo d’assalto, lo choc traumatico viene da questa America dove «la libertà è già stata in parte persa». Ne esce per entrambi la solitudine dell’Europa come condizione esistenziale, stretta in una morsa a tenaglia fra il neo imperialismo russo e l’azione predatoria dell’egemone statunitense.

Il vecchio continente non sembra più né protetto né integrato con gli Usa, gli ex primi della classe ora in via di erosione dei principi democratici all’interno e della legalità internazionale all’esterno.

Il vecchio continente non sembra più né protetto né integrato con gli Usa, gli ex primi della classe ora in via di erosione dei principi democratici all’interno e della legalità internazionale all’esterno. «Siamo davvero soli ma insieme», avverte Draghi: «insieme» richiama l’urgenza di collaborare nei settori più sensibili (energia, difesa, high-tech, Intelligenza Artificiale). «È importante che l’Europa non capitoli, qui prosperano ancora democrazia e diritti umani», precisa Stiglitz. «Ancora» significa per contrasto che la sua America procede verso forme autoritarie. Crisi morale e politica, concentrazione del potere, società polarizzata e dominata dagli oligarchi delle tecnologie: «Molte persone nel mondo accademico vogliono trasferirsi all’estero come accadeva in Europa negli anni ’30 quando s’intuiva l’arrivo del fascismo». In più il fallimento dei dazi come politica industriale, la Borsa americana che vive in una bolla guidata dalla IA, Trump che in materia ha una visione distorta e che peraltro non conosce i padri dell’economia moderna. In sostanza, pur ai margini e talora irrilevante, l’Europa resta una delle poche frontiere democratiche.

«È importante che l’Europa non capitoli, qui prosperano ancora democrazia e diritti umani», precisa Stiglitz.

L’Ue, nel misurare i nuovi rapporti con Trump, fatica culturalmente a entrare in un mondo drammaticamente cambiato e in cui l’internazionalismo liberale della vecchia America, che nel nostro pezzo di mondo aveva garantito un lungo periodo di pace, abdica di concerto con gli aggressivi nazionalismi di destra. Il crescendo esortativo delle denunce di Draghi e Stiglitz evidenzia sì una deriva inquietante, ma nel contempo non trova quel necessario ascolto per colmare la distanza fra buone intenzioni e buone pratiche. Il Draghi di oggi, quello dell’ennesima strigliata alla Ue, è lo stesso del celebre Rapporto di due anni fa: il dossier più applaudito e insieme più dimenticato. Tutti i governi parlano di rafforzare il mercato, ma ognuno pensa a promuovere i propri interessi. Di debito comune, Germania e Olanda hanno già detto che non ne vogliono più sapere.

L’ex presidente della Bce ed ex premier italiano ricorda (pure Stiglitz, in un’intervista ad «Avvenire», è su questa linea) che dipendere dagli Stati Uniti per la propria difesa significa riversare questa dipendenza sugli altri negoziati: commercio, tecnologia, energia. Un vincolo che lede la nostra libertà di manovra

Il potere si sta trasferendo al Consiglio europeo, dove siedono i leader dei singoli Paesi, che hanno frantumato la politica estera in tante piccole politiche nazionali. Il compromesso (al ribasso) con il partner da cui dipendiamo, come s’è visto con i dazi, spesso non funziona: invece di smorzare l’escalation ne produce altre. L’ex presidente della Bce ed ex premier italiano ricorda (pure Stiglitz, in un’intervista ad «Avvenire», è su questa linea) che dipendere dagli Stati Uniti per la propria difesa significa riversare questa dipendenza sugli altri negoziati: commercio, tecnologia, energia. Un vincolo che lede la nostra libertà di manovra. Benché siano stati dati impulsi concreti (sostegno all’Ucraina e alla Groenlandia, accordi commerciali con mezzo mondo), le prospettive restano incerte. Ci sono problemi istituzionali per una Ue nata con l’idea che l’economia avrebbe trainato la politica. Non è più così: Putin e Trump hanno cambiato gioco. Il principio dell’unanimità, che è il diritto di veto, difeso dai sovranisti compresa Giorgia Meloni, impone la paralisi decisionale: via l’Orban ungherese, altri piccoli Orban stanno crescendo. È questo il paradosso dell’Ue: creata per superare i nazionalismi, è prigioniera di nuovi nazionalismi e affini. Le difficoltà istituzionali sono accentuate da quelle politiche. Draghi coglie il punto, nel nesso fra Europa e consenso, quando si augura un risveglio dal basso, da parte dei cittadini, per ritrovare le smarrite sicurezze.

Che governi o meno, il sovranismo è un fattore condizionante riflettendosi nella gestione della Commissione europea

Il consenso va comunque ai nazionalisti. In Germania l’apprezzamento per il cancelliere Merz, sul quale erano state investite tante aspettative, è sceso al 13% mentre l’estrema destra è ormai un partito di massa in un Paese impegnato in un riarmo nazionale senza precedenti. L’anno prossimo nella Francia potenza nucleare potrebbe toccare a Le Pen-Bardella. All’Est lo spettro politico, di fatto, è ristretto nel perimetro che va dal centrodestra alla destra radicale. La Gran Bretagna paga il conto della Brexit ma vota di nuovo Farage, oltre che gli indipendentisti del Galles e della Scozia. Che governi o meno, il sovranismo è un fattore condizionante riflettendosi nella gestione della Commissione europea. La scommessa di rendere in qualche modo il nazionalismo compatibile con il processo integrativo comunitario s’è risolta nell’indebolire quest’ultimo invece di riformarlo. La partita è ancora in corso, intanto i conti non tornano.

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