Draghi mette i politici con le spalle al muro

Draghi mette i politici con le spalle al muro

L’avvertimento di Mario Draghi alla politica è stato chiaro fino alla brutalità. Ha detto: se metterete ostacoli al percorso di salvezza dell’Italia che l’Europa ci aiuta a realizzare, le conseguenze peseranno tutte sulle spalle degli italiani, dei nostri figli e dei nostri nipoti. «E forse – ha aggiunto – non ci sarà più tempo per porvi rimedio». Come dire: questa è l’ultima chiamata per tenere l’Italia agganciata al treno dei Paesi più sviluppati come è ancora nonostante da vent’anni cresca meno di tutti i partner, al punto che – con il colpo mortale della pandemia – il nostro vagone rischia fortemente di essere sganciato.

Ma siccome, aggiungiamo noi, si tratta di un rischio per l’Europa stessa, ecco perché ci viene data questa montagna di miliardi, ecco perché siamo quelli che ricevono più fondi di tutti dei fondi post-pandemia, ecco perché il Patto di Stabilità è sospeso a vantaggio soprattutto nostro (ma anche di altri, Francia in primis), ecco perché a palazzo Chigi siede Mario Draghi. Il presidente del Consiglio è il garante con l’Europa che questa volta l’Italia farà sul serio e attuerà quelle misure già puntigliosamente elencate nella lettera che nel 2011 il presidente della Bce dell’epoca, il francese Trichet, insieme allo stesso Mario Draghi nelle vesti di governatore della Banca d’Italia, inviarono al moribondo governo Berlusconi al culmine della crisi finanziaria che stava spazzando via la stabilità dei nostri conti pubblici e dunque della stessa Italia. Poco o niente delle misure strutturali allora richieste – a parte le cure da cavallo di Mario Monti che servirono a tappare le falle e a raddrizzare la barca che affondava – in questi anni sono state portate a termine: né la riforma del Fisco né quella della Giustizia, né le semplificazioni né la rivoluzione della Pubblica amministrazione. Solo, ogni governo degli ultimi anni ha affastellato nuove norme su quelle vecchie, e il risultato è che per fare il Ponte di Genova si è dovuto nominare una specie di dittatore romano.

Ora tocca a Draghi fare quanto non è stato fatto in tutti questi anni a causa dell’incapacità delle forze politiche e dei continui veti reciproci tra partiti e corporazioni varie. In più, questo governo deve affrontare le due maxi-sfide del secolo: la transizione ecologica e la digitalizzazione. Non c’è settore della vita pubblica e dell’economia che non venga toccato nelle 337 pagine del Piano nazionale di Ripresa e resilienza (Pnrr) che portano in dote una possibilità di spesa di ben 248 miliardi – 191 dall’Europa, 30 da scostamento di Bilancio, 27 da altri fondi – in vista di un forte aumento del Pil e dell’occupazione (soprattutto al Sud, tra giovani e donne) da qui al 2026. E tutto fatto di corsa da qui alla fine dell’anno: le semplificazioni a giugno, la legge delega sul fisco a luglio contemporaneamente al testo sulla concorrenza, la giustizia a settembre insieme alla Pubblica amministrazione… e pochi mesi a disposizione anche per i decreti attuativi. Il governo (che significa: Draghi con i ministri tecnici) l’ha scritto in due mesi usando il testo Conte-Gualtieri solo come un brogliaccio, poi si è fatto dare il via libera per le vie brevi da Bruxelles, quindi lo ha mandato in Parlamento per uno striminzito dibattito di 48 ore al termine delle quali sarà trasmesso alla Commissione europea. Di fatto, i tecnici hanno schivato i politici. I partiti si sono limitati al più a osservazioni o mezze impuntature su questioni anche importanti ma non centrali: il superBonus, le condizionalità per i giovani, Quota 100, ecc.

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