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MONDO. Un’altra lezione che accomuna il caso ucraino e quello iraniano. Di nuovo, dopo oltre quattro anni, siamo noi – in Occidente – i più esposti agli choc energetici.
È un luogo comune, anche un po’ superficiale, che le guerre si facciano solo per una ragione economica e specificamente energetica. Eppure è indubbio, comunque la si pensi sull’origine e sull’andamento dei recenti conflitti scoppiati alle porte dell’Europa (invasione russa dell’Ucraina) o non troppo lontano da lì (in Iran), che gli eventi bellici contemporanei abbiano avuto un impatto con pochi precedenti sulle nostre forniture di energia. Per l’economia del Vecchio Continente, non a caso, più rilevante di quanto accade sul campo in Iran è quanto sta succedendo a sud della Repubblica islamica, nello Stretto di Hormuz. In questo braccio di mare, come ormai noto, in tempi normali transitava circa un quinto del petrolio globale. Oggi, per deliberata iniziativa di Teheran che intende colpire nel portafoglio i Paesi del Golfo (produttori di petrolio) e gli alleati occidentali degli Stati Uniti (consumatori di petrolio), lo Stretto di Hormuz non è più totalmente aperto perché non più affatto sicuro. Le quotazioni del petrolio, di conseguenza, sono cresciute.
Secondo varie ricostruzioni giornalistiche della stampa americana, Washington potrebbe aver sottovalutato una simile ricaduta dell’attacco avviato lo scorso 28 febbraio, eppure non sembra casuale che sin dal suo primo videomessaggio notturno con cui annunciava i bombardamenti il presidente Trump abbia citato tra gli obiettivi della sua iniziativa - al fianco della distruzione dei missili balistici e dello stop al sostegno ai proxy terroristici della regione e a qualsiasi futuro progetto iraniano di dotarsi dell’arma nucleare - l’annichilimento della Marina militare di Teheran.
Fatto sta che sabato 14 marzo sempre Trump, dopo che negli scorsi giorni aveva per esempio platealmente rifiutato ogni possibile aiuto inglese, è sembrato tornare sui suoi passi e ha sollecitato un intervento di tutti i Paesi – ha citato, tra gli altri, Cina, Francia e Regno Unito – affinché inviino navi militari e collaborino per mettere fine alla «restrizione artificiale» dello Stretto. È il segno che quanto avviene in quelle acque sta diventando sempre più complesso da gestire, perfino per la prima potenza mondiale.
Detto ciò, come insegna la lezione ucraina, sarà bene fare attenzione a non credere alla propaganda iraniana che evoca prezzi stellari per il barile di petrolio ed industrie di mezzo mondo messe in ginocchio dagli ayatollah. Dovremmo ancora ricordare, infatti, quando nell’autunno del 2022 emittenti televisive vicino al Cremlino rilanciavano video minacciosi, creati con l’intelligenza artificiale, raffiguranti un’Europa totalmente ghiacciata e prostrata per la mancanza di gas. Le nostre bollette sono aumentate, e una fiammata inflazionistica sulla scorta dell’invasione russa si è verificata, ma siamo ancora qui per raccontarlo: come europei non siamo mai rimasti senza energia e, giunti ormai al quinto anno di quella guerra, possiamo dire che le economie occidentali hanno assorbito – molto meglio di quella di Mosca – lo choc energetico di allora.
Anche oggi occorre distinguere tra il breve termine e le tendenze strutturali. Come ha spiegato al Sole 24 Ore Yves Bonzon, capoeconomista di Julius Baer, «il mercato petrolifero è per esempio in “backwardation”: i prezzi dei “future” per ottobre sono molto più bassi di quelli attuali, segno che gli investitori scommettono su un’interruzione solo temporanea delle forniture. Crediamo quindi che l’ipotesi di una crisi petrolifera totale e duratura abbia una probabilità inferiore al 5% di verificarsi».
Sgombrato il tavolo dagli scenari e dalle strumentalizzazioni da finimondo, rimane però un’altra lezione per l’Europa che accomuna il caso ucraino e quello iraniano. Di nuovo, dopo oltre quattro anni, siamo noi – in Occidente – i più esposti agli choc energetici. Gli Stati Uniti, soprattutto per la vitalità del loro settore privato (shale oil e shale gas) e in parte minore per l’obiettivo dell’«energy dominance» impresso dall’Amministrazione Trump, sembrano meglio attrezzati – perfino rispetto alla Cina – per attutire i contraccolpi della crisi di Hormuz. Di energia sostenibile e autonomia energetica in Europa abbiamo parlato a sufficienza; ora le bollette di famiglie e imprese richiedono passi concreti, anche a costo di sfatare qualche tabù ormai fuori dal tempo.
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