Falcone, eredità da raccogliere

La memoria corre a 150 chilometri orari, insieme alla Fiat Croma bianca blindata, lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi. Giovanni Falcone aveva voluto mettersi alla guida, quel 23 maggio di trent’anni fa. Accanto, la moglie Francesca Morvillo. L’autista Giuseppe Costanza – che alla fine si salvò – fu invitato dal magistrato ad accomodarsi sul sedile posteriore. Corsia di sorpasso, vietato rallentare: sono le procedure di sicurezza. Davanti e dietro, le auto con gli agenti della scorta. A pensarci bene, quegli ultimi dieci minuti con l’acceleratore premuto sono un po’ la metafora della vita del magistrato che cambiò l’Italia.

Falcone, eredità da raccogliere

La strada della lotta alla mafia era (ed è oggi) come il maledetto rettilineo di Capaci: un pugno di chilometri d’asfalto da cui, cominciato il viaggio, è impossibile deviare. «Si deve saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti chiamiamola incoscienza», diceva Falcone. Non a caso il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha scelto questa, tra le frasi del giudice, per ricordarlo ieri nella cerimonia di Palermo. Ore 17.56 e 32 secondi: quel boato che costò la vita a Falcone, alla moglie e agli agenti Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, gettò l’Italia nello sgomento. Ma allo stesso tempo costrinse un intero Paese a «salire» sulla collinetta da cui Giovanni Brusca azionò il telecomando mortale, e a guardare giù, dentro il cratere dove la mafia ci voleva seppellire tutti. Fu un po’ come guardarsi dentro.

© RIPRODUZIONE RISERVATA