Fare squadra tra Comuni: serve più chiarezza
ITALIA. La Bergamasca è terra di mini e micro Comuni: sono 168 quelli sotto i cinquemila abitanti, tra cui una sessantina non raggiungono nemmeno i mille residenti.
Con questi numeri, e nelle note fatiche degli enti locali, garantire il funzionamento della macchina e l’efficacia dei servizi diventa sempre più questione di lavorare in squadra. Una consapevolezza che sembra crescere anche tra gli amministratori. Sì, ma come? La fusione, pur incentivata a livello economico (dal 2009 a oggi in Lombardia ce ne sono state 34, di cui due in Bergamasca), è spesso vista dai Comuni come soluzione «estrema», difficile da far digerire anche ai cittadini, come hanno dimostrato alcuni tentativi non andati in porto nel tempo in Bergamasca. Il «campanile» rimane tema sensibile, e anche addetti ai lavori osservano comunque come non sia necessario far sparire il municipio per creare efficienza.
Dopo anni però in cui a livello normativo si era spinto – con risultati alterni, va detto, e numerosi rinvii – almeno per maggiori collaborazioni, dal 2025 l’obbligo associativo delle funzioni fondamentali per i Comuni sotto i cinquemila abitanti (tremila in montagna) è stato di fatto cancellato. Aprendo un limbo in cui la situazione si presenta «a geometrie variabili». Le Unioni non sembrano aver preso granché piede da noi: oggi ne rimangono solo tre in tutta la provincia, a fronte di una cinquantina in Lombardia e 433 in Italia.
Molti Comuni usano lo strumento delle convenzioni: in Lombardia, dati Anci, ne sono attive 227, coinvolgendo 670 Comuni. Si tratta della forma di collaborazione più «light» (il settore in cui viene maggiormente impiegata è la gestione finanziaria, seguito dalla Polizia locale), e dunque anche più semplice da sciogliere. Il che da un lato può risultare attraente, ma dall’altro rende più complicato creare strutture stabili.
Il sociale vede in campo Ambiti e aziende consortili: è forse l’esperienza più consolidata e concreta di collaborazione, mentre alti e bassi hanno visto i consorzi di Polizia locale. Per le realtà vallari a garantire un raccordo su alcuni temi ci sono le Comunità montane, che in Lombardia sono state mantenute, mentre la Provincia anni fa aveva lanciato il progetto, poi mai concretizzato, delle «zone omogenee» (che è invece diventato realtà, pur in via sperimentale, nel Cremasco).
La politica nazionale sembra oggi molto lontana dal mettere in agenda questi argomenti: da tempo si parla di una riforma del Testo unico degli enti locali, ma l’iter non ha visto recenti passi avanti. Potrebbe essere quella la sede giusta per un riordino di questi temi, ma pure del ruolo delle Province, anche nel fare da raccordo tra e con le amministrazioni locali.
A livello regionale le collaborazioni tra Comuni sono state oggetto invece di una recente e unanime risoluzione. Il testo impegna il presidente e la Giunta regionale ad «approfondire la percorribilità di forme innovative di gestione associata nelle aree di pianura», e a «una revisione organica delle disciplina delle Unioni di Comuni lombarde e il sostegno dell’esercizio associato di funzioni», tema su cui dovrebbe nascere un tavolo di lavoro ad hoc. Se sarà l’occasione di un primo riordino, lo dirà il tempo. Di certo su questi temi, in assenza di obblighi, occorre anche la volontà dei singoli municipi, tutt’altro che scontata e a volte mutevole anche in base ai rapporti con i «vicini». È innegabile però che regole e incentivi finalmente chiari potrebbero rappresentare una spinta importante, per creare reti stabili che per alcune realtà potrebbero risultare davvero «di salvataggio».
© RIPRODUZIONE RISERVATA