Festeggiamo l’Europa con ostinata speranza
MONDO. Il 9 maggio è la Festa dell’Europa. La celebriamo oggi, questa festa minore fra quelle in calendario. Forse nemmeno così conosciuta, ma non lo scopriamo di certo oggi che «l’Europa tira poco».
Basti pensare alle tiepide rivendicazioni dei nostri partiti europeisti, a confronto della veemenza, dell’orgoglio con il quale diverse formazioni politiche affermano (ingenerosamente) il proprio euroscetticismo. Tuttavia, mi piace sottolinearlo, quella di oggi non è una ricorrenza, ma nasce come una vera e propria festa. Per cui non sono contemplate parole di disperazione. Forse, prim’ancora che per l’intento gioioso, perché il concetto stesso di Europa non contempla la categoria della disperazione. La storia del Vecchio Continente è costellata di crisi e di rilanci. Per dirla con le parole profetiche di Jean Monnet, uno dei padri dell’Unione europea, «l’Europa sarà forgiata nelle crisi e sarà il risultato delle risposte a tali crisi».
Oggigiorno, viviamo un tempo prolungato di crisi. Sul versante geopolitico, il ritorno della guerra su scala mondiale, specie con quanto accaduto in Medio Oriente, ha fatto a pezzi quanto era stato costruito sulle basi del diritto internazionale e della diplomazia. E l’invasione russa in Ucraina, alle porte dell’Unione, ha aperto una ferita ancora lontana dall’essere rimarginata. Sul versante economico, la crescita dell’Eurozona è contratta, a cominciare dalla stagnante economia della locomotiva tedesca; il rischio inflattivo conseguente alla crisi energetica è consistente e palpabile è il ritardo sulla partita dell’intelligenza artificiale, cruciale in termini di produttività.
Ricette «facili» per sortirne non ce ne sono. Tuttavia, alcune vie da battere sono evidenti e il paradosso è che lo erano di più vent’anni fa, ovvero prima dello scoppio della crisi dei mutui subprime (2008), che anticipò quella dei debiti sovrani (2013 l’anno più duro per l’Italia), la pandemia (2020) e lo scoppio delle citate guerre.
Sia il Rapporto Letta «Much more than a market» che il Rapporto Draghi sulla competitività – due eccellenze italiane – risalgono ormai al 2024
Nei primi anni Duemila, nell’agenda politica dei Paesi membri dell’Unione trovava spazio il dibattito sulla costruzione di una Costituzione europea e dell’emissione di titoli di debito comune (i quasi dimenticati Eurobond). Mettere in comune difesa, debito e politica fiscale: siamo ancora lì. Al cospetto di grandi sfide che richiedono il coraggio di cedere un pezzo di sovranità nazionale e che, anche per questa ragione, andrebbero affrontate con gradualità, ma a partire da subito. A partire da ieri: sia il Rapporto Letta «Much more than a market» che il Rapporto Draghi sulla competitività – due eccellenze italiane – risalgono ormai al 2024. In un quadro del genere, di motivi per festeggiare non è che ve ne siano molti. E le condizioni in cui si costruì l’Unione europea nel secondo dopoguerra sembrano diametralmente opposte a quelle che viviamo oggi.
Allora il peggio era alle spalle, pochi soldi, tanto entusiasmo, in qualsiasi campo. Oggi l’atmosfera che si respira pare più da fine impero, con il meglio ormai lasciato alle spalle e una sensazione costante di affanno, in qualsiasi campo. Ogni tanto si registra qualche sussulto positivo, come la liberazione dell’Ungheria e dell’Unione tutta dal giogo di Orbán, ma non è la regola e la recente sfiducia al primo ministro rumeno Bolojan, europeista convinto, è lì a dimostrarlo destando preoccupazione.
Non è però onesto intellettualmente mettere a confronto una stagione di crisi con una stagione di ripresa. Per questo motivo, il mio proposito per questo giorno è di fare un passo indietro, rispetto al 1951 e al Trattato di Parigi, che con la costituzione della Ceca sancì di fatto la nascita della Comunità europea. E di farlo pure rispetto al discorso di Schumann del 9 maggio 1950, considerato ufficialmente il punto di partenza del processo d’integrazione europea. Vorrei fare ritorno a Ventotene, all’isola del confino di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e di altri 800 oppositori politici del regime fascista. A quel «Progetto d’un manifesto. Per un’Europa libera e unita», edito per la prima volta nel 1944, ma redatto ben prima.
Correva l’anno 1941, il nazismo era egemone in Europa, gli Stati Uniti non erano ancora entrati in guerra a fianco degli Alleati, mentre Hitler e i suoi sancivano il programma di sterminio di ebrei, rom, persone con disabilità, avversari politici. Il Manifesto di Ventotene, così pieno di fiducia nell’uomo libero, nacque nell’anno di massima disperazione del XX secolo. Il seme da cui ebbe origine la grande quercia dell’Europa, si schiudeva nell’anno in cui democrazia e pace parevano definitivamente perdute. Prim’ancora dello spirito vitale con cui negli anni Cinquanta ricostruimmo l’Italia e l’Europa, oggi – 9 maggio 2026 – festeggiamo l’ostinata speranza che può salvarci. Sempre.
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