Gli errori, i successi e il baluardo del 1948

ITALIA. La prima sconfitta di Meloni, la sinistra ricompattata, il valore della Costituzione.

La vittoria del No al referendum sulla giustizia è la prima sconfitta politica di Giorgia Meloni alla guida di un governo che ha investito sulla stabilità e che, dopo tre anni e mezzo, a settembre sarà l’esecutivo più longevo della Repubblica. È il mito stesso della invincibilità della premier ad essere scalfito. Azzoppata sull’unica riforma della legislatura, perché l’autonomia regionale procede a fatica e il premierato è parcheggiato a latere: trattandosi in prospettiva di un’altra revisione costituzionale, che peraltro incide sulla presidenza della Repubblica, prevede un referendum ed è sconsigliabile continuare a sbagliare. Il primo dato è l’alta affluenza, fattore spiazzante, perché era ritenuto un assist per il Sì. Meloni ha messo la faccia nelle ultime due settimane, consentendo soltanto un recupero in un campo, quello della mobilitazione, dove il centrosinistra ha più capacità. Faccenda inevitabilmente tutta politica al termine di una delle più brutte campagne elettorali, tipo «giudizio universale» e al limite della decenza (per quanto riguarda i partiti e alcuni livelli istituzionali e della magistratura).

Il peso del merito

Con il No è passata la linea di una revisione costituzionale «contro i magistrati», cioè una lettura di contesto della riforma, mentre il Sì ha rivendicato il testo letterale di tutela dell’ordine giudiziario. Quanto ha pesato il merito? Poco, sia perché proibitivo ai più sia perché la questione giustizia attiene ai gangli vitali dell’equilibrio dei poteri e quindi contiene in sé una valutazione sul contesto. La riforma intendeva completare l’iter del processo penale dal sistema inquisitorio a quello accusatorio in chiave garantista. Un percorso nato, nelle sue aspirazioni ideali, nel centrosinistra e poi finito nelle mani del centrodestra.

E qui veniamo al punto: un sistema a tutela delle garanzie dell’indagato sponsorizzato oggi da chi viene da un’altra cultura. FI ha messo l’imprinting in nome di una biografia politica, e per i berlusconiani ci sta. Lega e FdI hanno, però, un’altra storia, il «cappio» lumbard in Parlamento e la sponsorizzazione giustizialista di Mani pulite. Sarà un accidente della storia, però la destra s’è trovata a rappresentare una parabola che non solo non le appartiene, ma che non aggrega una parte del proprio elettorato.

La frattura

La destra ha sbagliato a procedere a colpi di maggioranza, concedendo alle opposizioni di giovarsene ai fini di esibire una supposta «deriva autoritaria». Con calma andrà esaminata la distribuzione territoriale del Sì e del No. Il Nord profondo riflette la prevalenza del Sì nella provincia profonda a differenza dei capoluoghi sulla direttrice della A4: ulteriore conferma della frattura tra città e aree interne, quindi del conflitto destra-sinistra. Anche qui, tuttavia, bisogna distinguere. La logica del referendum è autonoma, non trasferibile altrove. Non è che la sconfitta della destra significhi in automatico che perda le elezioni politiche del prossimo anno. Semmai può suggerire che, stando alla retorica sovranista, il «governo del popolo» trova il proprio limite nella censura del popolo, essendo il referendum l’espressione primaria della democrazia diretta.

La sinistra compatta

Qui dipende da come Meloni governa l’insuccesso, se continua a giocare all’attacco o in difesa, ad esempio sulla legge elettorale che lei vorrebbe rivedere per evitare il pareggio fra le due coalizioni. Elly Schlein ha ottimi motivi per festeggiare insieme al «campo largo» esteso alla Cgil. Con alcune riflessioni. La sinistra s’è ricompattata sul tema ecumenico della difesa della Costituzione, uno dei pochi sui quali può convergere in modo unitario. Non ha ancora un’agenda condivisa e soprattutto fatica a trovare una sintesi sul resto. Lo sconfinamento a sinistra di Schlein prima o tardi pagherà qualche pegno. Per quanto nel frattempo l’area riformista sia condannata a restare ai margini.

Il valore della Costituzione

Un’ultima considerazione, che si ricollega alle bocciature in base alla «legge del 6»: la devolution di Berlusconi nel 2006, la riforma del Senato nel 2016, adesso quella della separazione delle carriere. Questo per dire che gli italiani, per quanto buoni incassatori, hanno una relazione speciale e affettuosa con la Costituzione. Sanno che quella cosa lì, che sta sulla loro testa, li tutela dal 1948: magari non la conoscono da cima a fondo, eppure capiscono che rappresenta un valore profondo da conservare e da trasmettere. Un circolo virtuoso che permane nella sua idealità. In definitiva: andiamoci piano a cambiare le regole, specie se non tutti sono d’accordo. Non a caso l’italiano più rispettato è il Presidente Mattarella, il garante della Carta del 1948.

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