Il Consiglio europeo, gli esami per l’Italia

ITALIA. Giorgia Meloni definisce «bizzarre» le voci corse sul suo atteggiamento quando il Consiglio europeo discuteva del veto posto dall’ungherese Orban (e dallo slovacco Fico) sul prestito di 90 miliardi (già deciso a dicembre, anche da Orban) per sostenere Kiev.

Perché bizzarre? Perché le gole profonde hanno riferito che l’Italia avrebbe espresso comprensione per il voltafaccia dell’Ungheria. Palazzo Chigi smentisce, Meloni ironizza, Orban a domanda risponde con un sorriso ambiguo allargando le braccia. E questo mentre piovevano a catinelle le dichiarazioni infuocate di tutti gli altri, da von der Leyen («un leader rispetta la parola data, il prestito ci sarà in un nodo o in un altro»), a Sanchez, a Macron, a Merz («Grave slealtà, ci saranno conseguenze»), al portoghese Costa: «L’Ue non si ricatta». Già, perché il tentativo di Orban è proprio quello di ottenere un do ut des: dirà sì al prestito all’Ucraina se l’Ue riprenderà a comprare il petrolio russo «senza il quale - dice il premier più filorusso dell’intera Unione - l’Europa non può sopravvivere». Ma su questo punto nessuno lo segue. Neanche Meloni che però si deve essere trovata in difficoltà di fronte alla spregiudicatezza del suo amico Orban. Inseguita dai giornalisti, la premier si è limitata a dire: «Per risolvere il problema serve flessibilità». Come è indiscutibile che quando piove serve un ombrello.

Le relazioni con Orban e Trump

Sull’altro fronte del tatticismo meloniano, quello nei confronti di Trump e ora della guerra all’Iran, l’Italia, al pari degli alleati, ha detto no alla richiesta americana di inviare navi militari europee per forzare lo Stretto di Hormuz («Codardi!» ha tuonato l’imperatore di Washington). Come aveva seguìto gli altri nel bloccare il tycoon sulla Groenlandia, allo stesso modo Meloni si è allineata sul principio: «Quella non è una nostra guerra» nonostante le conseguenze economiche. Ma lo diceva, la premier, mentre dalla base di Sigonella partiva un drone americano per preparare l’attacco all’isola iraniana di Kharg, il santuario petrolifero degli ayatollah. Del resto, in contemporanea il premier britannico Sir Starmer - contraddicendosi con la posizione solo di pochi giorni fa - concedeva agli Usa l’uso delle basi britanniche per i raid nel Golfo. Come a dire che poi il tatticismo non è solo italiano.

Una battaglia che Meloni sta facendo con grande determinazione - sia pure ancora senza risultati tangibili - è quella per rivedere se non sospendere il sistema di tariffazione del carbonio (Ets), una politica ambientalista del Green Deal che favorisce i Paesi che più investono sulle rinnovabili, sostenendo che il suo mantenimento aggrava l’aumento dei costi energetici dovuta alla guerra nel Golfo. L’Italia, che ha parecchi alleati su questo dossier, deve però fare i conti proprio con i Paesi più green, come la Spagna il cui premier Sanchez ha respinto la proposta di indebolire le politiche climatiche dell’Europa. Meno contrastata invece l’azione del gruppo di Stati guidati proprio da Meloni che hanno fatto scrivere nel comunicato finale parole molto nette di fronte al rischio di nuove ondate migratorie dal Medio Oriente.

Insomma, abbiamo capito che il Consiglio europeo, il primo dopo lo scoppio della guerra israelo-americana-iraniana, non ha deciso alcunché di concreto e ha preso tempo. In questa bolla di attesa l’Italia ha fatto la sua politica (Ets, migranti), è riuscita a non cadere dalla corda su Orban e su Trump, ha insomma mantenuto il suo ruolo. Però, come ha scritto «Politico», il più autorevole magazine di analisi politica europeo, molti nell’Unione stanno aspettando l’esito del referendum di domenica per vedere se lunedì sera Giorgia avrà ancora «l’aria di invincibilità che emana a Roma ma anche a Bruxelles».

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