Il debito pubblico non concede forzature

ITALIA. Il decreto omnibus varato dal Consiglio dei ministri del 7 agosto contiene 29 articoli. Spaziano dalla lotta al granchio blu fino a interventi su strade e ormeggi. Può essere questo l’aggancio che ha permesso a Matteo Salvini di annunciare un articolo inatteso quanto meno per bocca di un ministro che di mestiere si occupa di ponti.

La tassa sugli extraprofitti delle banche infatti rientra nelle competenze del ministro dell’Economia. Il peso di una misura del genere si trasferisce di colpo sulla finanza internazionale e quindi sulla politica. Gli investitori non gradiscono essere informati di seconda mano quando ne va di miliardi di euro. Più di nove sono stati bruciati subito in Borsa all’indomani del fuggevole annuncio. Quattro dei quali recuperati nelle quotazioni successive ma solo dopo che il ministero dell’Economia ha finalmente parlato. Salvaguardia della stabilità degli istituti bancari è il messaggio che viene da Via XX Settembre a Roma. Un evento non previsto scatena incertezza. E di questo si è trattato quando il «Financial Times» scrive di «una Robin Hood tax che danneggia la reputazione dell’Italia».

È fuori discussione la moralità dell’intervento che cerca di compensare i guadagni elevati delle banche. L’ inflazione per i cittadini normali si riflette nel caro vita ma per le banche è un affare. Lucrano sulla differenza del caro mutui e gli zero interessi corrisposti a correntisti. Una compensazione a favore di chi ha basso reddito ha valore di giustizia sociale. L’ Italia è stata preceduta da Spagna, Repubblica Ceca e Ungheria. Anche in Germania ci si fa un pensierino e infatti il telegiornale delle 20 ha dato risalto alla notizia con un servizio da Roma. Ma in nessuna di queste capitali viene in mente di incidere sulla stabilità finanziaria del Paese senza aver prima preparato il terreno. Tutti ricordano solo tre anni fa i problemi legati alla precarietà finanziaria delle banche, in particolare italiane, quando si temeva che il carico dei crediti insoluti le potesse far crollare. E in Germania ancora oggi hanno con «Deutsche Bank», un paziente sotto cura, senza contare le Landesbanken, cioè le banche periferiche ancora ben lontane dalla risoluzione dei loro problemi. La finanza in Occidente è interconnessa. Gli azionisti internazionali degli istituti di credito vogliono sapere per tempo cosa devono fare con il loro investimento. Se, come accaduto adesso, arriva loro un fulmine a ciel sereno, tirano accidenti ma poi imparano.

La prossima volta la parola d’ordine è non farsi gabbare. Per le banche i titoli di Stato italiani diventano meno remunerativi se poi vanno pagate extra tasse. E qui il nero non esiste. Morale: il messaggio reiterato è che in Italia non vi è certezza di diritto e tutto è demandato all’improvvisazione della politica. Non è sempre così perché va dato atto al capo del governo di sforzarsi per dare credibilità al Paese. Un dato di fatto riconosciuto anche dalla stampa internazionale. Ma non basta la sola intenzione. La via dell’attuazione è quella più complicata. Il dito medio alzato di Maurizio Cattelan troneggia ancora in Piazza della Borsa a Milano. Non è stato rimosso o spostato perché questa è la percezione nel Paese dell’alta finanza.

Così si parla e si tratta con tassisti e balneari ma a quelli che garantiscono la tenuta finanziaria del Paese si riservano imboscate. Il pensiero che siamo padroni a casa nostra si scontra poi con la realtà dell’Italia da 2.755 miliardi di euro di debito pubblico. L’ impressione è che Giorgia Meloni debba ancora prendere le misure alla sua macchina operativa. Un ministro dell’Economia capace di metterci la faccia, sarebbe già un passo avanti.

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