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MONDO. Di fronte al blitz con cui le forze speciali americane hanno rapito e trasferito fuori dal Paese un capo di Stato straniero, nel caso specifico l’autocrate venezuelano Nicolas Maduro, analisti e opinionisti si sono subito divisi tra coloro che sospettano una specie di accordo transazionale tra potenze (del tipo: io mi prendo le Americhe e tu Cina ti prendi l’Asia) e coloro che invece leggono l’azione decisa da Donald Trump come un rovescio epocale per Cina e Russia, i Paesi che per ragioni diverse erano più vicini al regime ora decapitato.
L’una e l’altra ipotesi paiono troppo radicali e nette per essere accettate. Ma il dibattito segnala una convinzione comune: la «presa» del Venezuela da parte degli Stati Uniti è un evento planetario e avrà conseguenze importanti sugli equilibri globali.
La prima, e anche la più evidente è questa: ogni ambiguità è finita, ogni ambiguità è dispersa, a certi livelli oggi qualunque politica è (anche) manifestazione di forza. Non c’era bisogno dell’arresto di Maduro per capirlo. Quel che succede in Europa con la Russia, in Medio Oriente con Israele (e prima ancora con la Turchia e l’Iran) e in Asia con la Cina (e in parte anche con l’India) parla chiaro da tempo. Ma se l’unica superpotenza dello scenario internazionale, gli Usa, va a rapire il presidente di un altro Paese per metterlo in catene sotto processo in casa propria, e il messaggio della Casa Bianca è che l’intero continente americano, da Sud a Nord (non dimentichiamo lo scontro con il Canada), deve sottostare alle esigenze degli Stati Uniti, le cose cambiano, e non poco.
A rifiutare questo messaggio sono per fortuna rimasti gli europei che però, esaurito il catalogo dei distinguo e degli eufemismi, si mostrano come al solito divisi. Tra Giorgia Meloni che giustifica Trump (gli Stati Uniti hanno il diritto di difendersi, ribadisce, come già fatto per Israele) ed Emmanuel Macron che parla di violazione del diritto internazionale c’è un abisso politico che nessuno slancio comunitario riesce a colmare.
La seconda conseguenza deriva dall’intima natura di questa nuova avventura americana. È piuttosto evidente che il motore della proiezione politica e militare contro il Venezuela non è la situazione mondiale né quella dell’America Latina, e nemmeno quella del Venezuela stesso, ma la situazione interna degli Stati Uniti. A non troppi mesi dalle elezioni di medio termine (con tutti i sondaggi che prevedono per lui la perdita delle sottili maggioranza alla Camera e al Senato), Trump è disperatamente impegnato a dimostrare agli elettori di poter «fare di nuovo grande l’America», come dice il suo celeberrimo slogan.
Non è un caso, per esempio, che citi ogni giorno la quantità di denaro che la sua politica dei dazi riporta nelle casse Usa, con l’ultima stima a 600 miliardi. L’attacco al Venezuela, e i minacciati attacchi a Cuba, Messico e Colombia, servono a ricostruire un’immagine imperiale degli Stati Uniti, a dare l’idea che il «secolo americano» non è per nulla finito. E mettere sotto controllo le enormi riserve petrolifere venezuelane serve non solo a guadagnargli il favore del business a stelle e strisce, che pregusta grandi affari ed è assai capace di orientare le preferenze degli elettori, ma anche a impugnare una leva importante, forse decisiva nel mercato globale dell’energia.
Oggi, dei grandi petro-Stati, solo Iran e Russia sfuggono all’influenza americana. L’Iran è messo come sappiamo e potrebbe presto ricevere l’ultima spinta. E la Russia ha bisogno di vendere petrolio per alimentare la macchina militare e civile dello Stato. Ci ritroviamo, quindi, con il pessimo esempio e le pessime pratiche della nazione più potente al mondo, che reagisce alle crisi sociali, economiche, politiche e anche tecnologiche (si pensi alle terre rare o alla rampante rincorsa della Cina nella robotica o nell’Intelligenza Artificiale) mettendo in moto lo strumento che non indebolisce mai, quello militare. E, dall’altra parte del mondo, la convinzione che tutto questo derivi da un affanno americano, da un’inedita insicurezza che striscia nel cuore dell’impero. Quali conclusioni possono trarre Mosca e Pechino? Davvero qualcuno può credere che l’esito finale sarà più ordine e stabilità?
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