Il dramma della prof e le domande che restano

ITALIA. Un ragazzo di 13 anni impugna un coltello e accoltella la sua professoressa. Un gesto improvviso, che - secondo le prime ricostruzioni - non sarebbe stato preceduto da segnali evidenti tali da far immaginare un’escalation così violenta.

Un fatto grave, che ferisce. La prima tentazione è quella di cercare un colpevole. La seconda è quella di trovare una spiegazione veloce. La terza (forse la più pericolosa) è quella di archiviare tutto come un caso estremo, isolato, lontano da noi. Eppure, un ragazzo di tredici anni che impugna un coltello dentro una scuola non è mai solo «un caso». È piuttosto una domanda radicale, scomoda, che attraversa tutti. La prima considerazione onesta, oggi, è questa: non sappiamo. Non sappiamo che cosa sia accaduto davvero dentro quella relazione. Non sappiamo che cosa abbia attraversato quel ragazzo. Non sappiamo che cosa abbia portato a quel gesto. Riconoscerlo non è debolezza, è rispetto. Perché ogni volta che spieghiamo troppo in fretta, rischiamo di perdere la verità delle cose. Invece di riempire il vuoto con interpretazioni, possiamo lasciarci interrogare.

n questi anni abbiamo lentamente normalizzato la violenza: nel linguaggio, nelle immagini, nei modi di stare insieme. Abbiamo reso aggressivo il confronto, spettacolare il conflitto, accettabile perfino l’umiliazione.

Che cosa ci dice un fatto come questo sulla nostra capacità di stare dentro le relazioni educative? Che cosa dice del modo in cui oggi viviamo il conflitto, il limite, l’autorità? In questi anni abbiamo lentamente normalizzato la violenza: nel linguaggio, nelle immagini, nei modi di stare insieme. Abbiamo reso aggressivo il confronto, spettacolare il conflitto, accettabile perfino l’umiliazione. La violenza è entrata nelle parole quotidiane, nei commenti, nei social, nei modelli che circolano senza filtro. Non sempre ce ne accorgiamo, ma i ragazzi sì: assorbono, imitano, interiorizzano.

Così accade qualcosa di paradossale: chiediamo ai ragazzi di abitare relazioni complesse, ma li cresciamo dentro un mondo che spesso le semplifica, le irrigidisce, le esaspera. Non è una questione di colpe, è una questione di clima. In queste ore, di fronte a quanto avvenuto, si parla di norme, di sanzioni, di strumenti di controllo. È la risposta immediata con cui cerchiamo per illuderci di trovare sicurezza. Il ministro dell’Istruzione ha richiamato la necessità di rafforzare le misure contro la violenza: più peso alla condotta, sanzioni maggiormente incisive, la «Giornata del rispetto» e perfino strumenti di prevenzione come i metal detector nelle scuole. Sono risposte immediate, ma non sono sufficienti. Perché la violenza non entra a scuola solo con un coltello. Entra molto prima: nel linguaggio, nelle relazioni, nel modo in cui, ogni giorno, abbiamo imparato a stare gli uni di fronte agli altri.

La verità è che i ragazzi crescono dentro il mondo che noi costruiamo, e questo mondo, spesso, fatica a reggere la complessità della crescita. Ci sono adulti stanchi, spesso soli. Ci sono relazioni sempre più fragili, esposte.

E sarebbe troppo semplice dire: «È colpa della famiglia», «È colpa della scuola», «È colpa dei ragazzi». La verità è che i ragazzi crescono dentro il mondo che noi costruiamo, e questo mondo, spesso, fatica a reggere la complessità della crescita. Ci sono adulti stanchi, spesso soli. Ci sono relazioni sempre più fragili, esposte.

La ferita diffusa

Nel frattempo, però, non possiamo dimenticare che non c’è solo un ragazzo che ha commesso un gesto grave e una professoressa ferita. C’è anche una ferita diffusa. Un insegnante colpito dentro una scuola è una ferita che riguarda tutti. Perché la scuola resta uno degli ultimi luoghi in cui, ogni giorno, si prova a tenere insieme crescita, limite e relazione. Proprio per questo è fragile, esposta, sotto pressione. Chi entra in una classe non porta soltanto contenuti, porta sé stesso e prova, spesso in silenzio, a reggere il peso educativo di una generazione.

Forse oggi non abbiamo bisogno di parole definitive, ma di parole vere, che non semplifichino, che non urlino. Parole che sappiano lasciare spazio al silenzio dell’ascolto, che non partano da ideologie, ma dalla volontà di comprendere la complessità. Soprattutto abbiamo bisogno di una società, e di una politica (nel senso più profondo del termine) che «resti». Che resti accanto agli insegnanti, senza lasciarli soli; che resti accanto ai ragazzi, anche quando sbagliano; che resti dentro la fatica educativa senza cedere alla tentazione di delegare tutto ad altro: alle regole, alle diagnosi, alle soluzioni rapide. Una società, una politica che si senta davvero responsabile.

Perché la vera domanda non è solo come punire, o come fare in modo che non accada più un gesto così. La vera domanda è: chi siamo disposti a essere, noi adulti, perché nessuno resti solo nella fatica di educare e nella fatica di crescere? Questa è una domanda che non riguarda solo l’oggi, ma riguarda il futuro.

*Direttore della Comunità «Don Milani» di Sorisole

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