(Foto di Ansa)
ITALIA. La frana di Niscemi sta diventando una frana politica. Prevedibile, certo, ma non in questa dimensione. I protagonisti sono due ministri importanti del centrodestra.
Il primo è Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, il secondo è Nello Musumeci, responsabile della Protezione civile. A Salvini l’assemblea regionale siciliana, quindi con il centrodestra al governo dell’isola, e poi tutte le opposizioni, il suo collega Antonio Tajani e anche parecchi esponenti di Fratelli d’Italia - della premier ancora non c’è traccia - chiedono di stornare i fondi, o tutti o in parte, destinati al Ponte di Messina e dirottarli subito su Niscemi e poi su un grande piano di risanamento idrogeologico delle zone più a rischio dell’Italia a cominciare da Sicilia, Sardegna e Calabria colpite dal ciclone Harry. Nell’ipotesi minimale, si tratterebbe di un miliardo e 200 milioni, in quella extralarge di 12-13 miliardi. In entrambi i casi la macchina del Ponte si fermerebbe o quantomeno prenderebbe il passo della lumaca. La reazione di Salvini è stata rabbiosa: «I soldi del Ponte non si toccano!». La replica di quelli dell’opposizione (cui non pare vero di silurare la grande opera più odiata dalla sinistra fin dai tempi di Berlusconi): «Il tuo Ponte è solo propaganda, ti vuoi fare un selfie con il casco e la felpa, sposta i soldi sulla vera emergenza». Controreplica: «Il Ponte serve anche a far arrivare prima i soccorsi in Sicilia in caso di emergenza, e poi nell’isola abbiamo cantieri aperti per 30 miliardi, che facciamo, li fermiamo tutti?».
La polemica è talmente surriscaldata che il leader della Lega non ha neanche un attimo per pensare al generale Roberto Vannacci, da lui evocato al meeting in Abruzzo («chi esce dalla Lega va nel nulla») che da asso nella manica si sta trasformando in una serpe in seno, visto che il generale se ne vuole davvero andare col simbolo del suo partito e portarsi via i voti dell’extradestra cui, tanto per cominciare, si rivolge il suo fido deputato (leghista) Domenico Furgiuele che ha invitato a Palazzo Montecitorio alcuni rappresentanti di Casa Pound e neo-fascisti vari, a discutere di «remigrazione» facendo infuriare persino il mite presidente (leghista) della Camera Lorenzo Fontana. Ma di tutta questa roba il ministro Salvini non ha proprio tempo di occuparsi, deve proteggere il suo progetto di bandiera, e pazienza se Tajani gli manda a dire che «qualche sacrificio dovrà farlo anche il Ponte» visto che la frana di Niscemi, dice il capo della Protezione civile Fabio Ciciliano, è «più grossa di quella del Vajont» che però fece migliaia di morti mentre qui fortunatamente ha provocato «solo» un migliaio di senzatetto, vittime di una frana che è conosciuta da un paio di secoli; che si era mossa, e anche tanto, nel 1997, ma che da allora - anzi, da mai - non ha prodotto un solo provvedimento di messa in sicurezza del paese e delle case irresponsabilmente costruite fin sul ciglio del burrone. E qui entra in campo Nello Musumeci, come dicevamo da tre anni ministro della Protezione civile ma anche presidente, nei cinque anni precedenti, della Regione siciliana. Musumeci dice che è colpa dei vari sindaci di Niscemi che non hanno segnalato l’emergenza; viceversa il sindaco in carica sforna mail su mail indirizzate alla Regione, e mai che qualcuno rispondesse al grido di allarme.
Risultato: le opposizioni chiedono le dimissioni di Musumeci e neanche gli chiedono di presentarsi alla Camera a riferire. Per Schlein, Conte e Fratoianni&Bonelli deve riferire direttamente la presidente del Consiglio. La quale ha sorvolato la zona in elicottero, ha assicurato il suo impegno a trovare i fondi che servono (per il momento solo 100 milioni per tre regioni), ha dato notizia che ci sarà un congruo aiuto da parte dell’Europa («che in queste circostanze è sempre stata generosa» assicura Tajani) ma non pare abbia intenzione di affrontare un incontro di pugilato a Montecitorio. In questo caso, in effetti, il suo governo è un bersaglio perfino troppo facile per le sinistre, proprio per il combinato disposto delle dichiarazioni dei suoi due ministri, uno che non vuole cedere i fondi per un’opera che dovrebbe vedere la luce nel 2045 e un altro (di Fratelli d’Italia) che giura di non avere colpe ma è inchiodato dal suo stesso prestigioso curriculum di notabile siciliano a Palermo e poi a Roma.
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