Il prezzo per l’Italia del disastro di Chernobyl. Il nodo energetico resta

MONDO. Con il referendum del 1987 il Belpaese ha rinunciato al nucleare, un settore in cui era all’avanguardia.

Quarant’anni dal peggiore disastro nucleare dell’umanità. A Chernobyl la vita si è fermata proprio allora, nella primavera del 1986. Passeggiare con un rilevatore Geiger all’interno dell’«area di esclusione», estesa quanto il Lussemburgo, è come un viaggio nel passato, nell’Ucraina sovietica degli anni Ottanta. Tutto è rimasto al suo posto. Ad esempio, la città fantasma di Pripjat, dove abitavano 50mila persone - tante impiegate nella centrale atomica -, sembra un borgo della giungla amazzonica. La vegetazione si è ripresa l’area. Il campo da calcio dello stadio è pieno di alberi. La famosa ruota panoramica gira con il vento ed è piena di radiazioni. Nella piazza principale non si riesce a vedere nemmeno il suo estremo per la folta flora.

L’«area di esclusione» ha posti di blocco e barriere come una qualsiasi frontiera per evitare ingressi e uscite di persone o animali. Per tornare a vivere qui in tutta sicurezza, sostengono gli esperti, ci vorranno ancora sette decenni. Fino a poco prima del 24 febbraio 2022, Chernobyl era stata trasformata in una sorta di «Disneyland» dell’orrore, visitata da oltre 100mila turisti l’anno. Come per la centrale di Zaporizhzha, unità russe entrarono nell’«area di esclusione» per prenderne il controllo. Dopo poche settimane, però, arrivò l’ordine di ritirata, poiché i militari di Mosca si erano riempiti di radiazioni e chissà se sono ancora adesso in vita.

Il rischio

La stoltezza umana non ha limiti. Il 15 febbraio 2025 un drone di fabbricazione iraniana è piombato sul «sarcofago» che copre il reattore numero 4, quello esploso durante un folle esperimento notturno, alle 1:23 del 26 aprile 1986. Per fortuna i danni causati dalla caduta dello Shahed sono stati non gravi, ma si poteva provocare lo stesso una seconda catastrofe. È andata bene! È vero, l’energia nucleare ha il suo tallone d’Achille proprio nella sicurezza, ma oggi non se ne può fare a meno - in una realtà, purtroppo, nuovamente popolata da «prepotenti».

L’esempio del Giappone

Basta guardare all’esempio del Giappone, unico Paese al mondo colpito da due bombardamenti atomici nel 1945 e sconvolto dal disastro (per un maremoto) all’impianto di Fukushima nel 2011. Qui le centrali atomiche sono aperte. Prima che mercato economico, spazio politico democratico - libero e di diritto - l’Europa fu fondata come Comunità del carbone e dell’acciaio (Ceca) nel 1951. Energia, quindi! Il 25 marzo 1957 due furono i trattati firmati: quello che istituì la Cee - la Comunità economica europea – (l’antesignana dell’Unione europea dal 1992) e l’Euratom, la Comunità dell’energia atomica.

Chernobyl e l’Italia

Le ripercussioni del disastro di Chernobyl in Italia sono state rilevanti. Con il referendum del 1987 il Belpaese ha rinunciato al nucleare, un settore in cui era all’avanguardia. «Non nel mio cortile!» ha vinto. Prima conseguenza: i costi dell’energia da noi sono tra i più alti in Europa. Seconda conseguenza: per decenni l’Italia ha acquistato energia da Paesi non democratici, che hanno investito i proventi realizzati in armi e in politiche anti-occidentali.

Dopo un secolo e mezzo, in maniera rivoluzionaria, il mondo sta tentando di liberarsi dal giogo dell’utilizzo delle energie fossili. Oggi, ci viene spiegato, solo un mix tra più fonti può ridurre la dipendenza dall’estero. Ma troppi sono gli interessi in ballo e un modello economico da cambiare. E se tutti i palazzi avessero i pannelli solari a chi le compagnie venderebbero l’energia elettrica? E le accise, imposte dallo Stato, che fine farebbero? Che guaio che è stata Chernobyl per l’Italia! E che conto salato abbiamo pagato!

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