Il ritorno del centrismo e la riforma elettorale
ITALIA. La luna di miele di Giorgia Meloni con gli elettori era durata fin troppo. È proseguita ben oltre i classici primi due mesi facendole addirittura arrotondare per eccesso, a dare ascolto alle intenzioni di voto, la quota di consensi riscossi nelle urne.
Ultimamente il vento è girato. Colpa della sconfitta riportata dal centrodestra al referendum sulla magistratura. Colpa della difficile congiuntura apertasi con la guerra in Iran e della crisi economica seguita al blocco dello Stretto di Hormuz che ha strozzato i rifornimenti energetici. Colpa di Trump che con i suoi comportamenti a dir poco stravaganti ha reso la sua amicizia tossica. Risultato: nessuno dà più per scontata la vittoria del centrodestra l’anno prossimo. I sondaggi danno il «campo largo» in buon recupero, addirittura in leggero vantaggio. La partita delle elezioni si giocherà sul filo di lana. Non è da escludere che si giunga ad un sostanziale pareggio, o comunque ad un verdetto non risolutivo, con le nuove Camere magari di colore diverso.
C’è il concreto rischio che si sia in presenza del classico caso di una previsione che si auto-avvera. Ossia, che l’esito sperato induca ad assumere comportamenti che finiscono per procurarlo
La sola ipotesi che le urne non incoronino direttamente il premier, ha messo in subbuglio i poli. È evidente infatti che, in una situazione di stallo, l’iniziativa rischia di sfuggire di mano ai vertici dei due schieramenti. Mancando i numeri, centrodestra e centrosinistra sarebbero costretti a rimescolare le carte. O tutti insieme appassionatamente in un’ammucchiata, o una convergenza tra chi ci sta. In entrambi i casi il mazzo delle carte finirebbe nelle mani dei cosiddetti moderati. Si capisce a questo punto, il gran tramestio che s’è messo in moto al centro dei due schieramenti e viceversa l’inedita, per quanto sotterranea, convergenza di interessi che si registra tra le nemiche giurate, Giorgia Meloni ed Elly Schlein. La partita si sta spostando sulla riforma elettorale, divenuta ormai l’ancora di salvezza, alla quale i governi ultimamente si aggrappano a fine corsa per scongiurare una sconfitta elettorale. Non scoraggiano Meloni i precedenti nefasti dei rimaneggiamenti del meccanismo elettorale dell’ultima ora. Chi ci ha messo mano s’è regolarmente inguaiato. Il bello è che, sotto le apparenze di uno sdegnoso diniego, sembra che anche Schlein punti a una correzione della legge elettorale. Il progetto di riforma in questione toglie i collegi uninominali, assegna un premium di seggi a chi supera il 40% e impone l’indicazione del premier. Dovrebbe insomma scongiurare una situazione di stallo, tanto temuta dalle due leader. Entrambe sospettano, altrimenti, che si mettano in moto maneggi volti a costruire una nuova maggioranza che scomponga i poli. Sarebbe la messa in mora di entrambe le aspiranti premier.
Non è detto che sia questo lo scenario del dopo voto. C’è, però, il concreto rischio che si sia in presenza del classico caso di una previsione che si auto-avvera. Ossia, che l’esito sperato induca ad assumere comportamenti che finiscono per procurarlo. Lo lascia intendere l’animazione che si sta verificando nelle aree centriste dei due poli. Annusando l’odore di pareggio, s’è risvegliata in settori di FI una gran voglia di rivincita nei confronti di FdI, con un ruolo di regista della famiglia Berlusconi, che tiene finanziariamente nelle proprie mani le redini del partito. Più sornionamente, nel campo avverso, Matteo Renzi sta già riscaldando i muscoli alla sola idea di vedersi aprire prospettive che gli permettano di mettere in mostra le sue ben note arti di «king maker». S’è visto cosa ha procurato ad Enrico Letta il suo «stai sereno»: l’annuncio della sua destituzione. Schlein è avvisata. Non parliamo poi di Carlo Calenda che recupererebbe un protagonismo fino ad oggi giudicato velleitario.
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