In manovra sulle pensioni taglia e cuci al risparmio. Bonus, i conti non tornano

ITALIA . Il punto più basso nella stesura della legge di bilancio, che ieri ha avuto il via libera del Senato, si è toccato con la norma, poi stralciata, sul lavoro sottopagato.

Il comma 176 del maxi emendamento del governo, ispirato a una proposta già presentata nei mesi scorsi da Fratelli d’Italia, prevedeva che il datore di lavoro che non paghi il giusto a un lavoratore non avrebbe potuto essere condannato a versare le differenze retributive e contributive sugli arretrati, precedenti al deposito del ricorso, se avesse applicato lo standard retributivo di un contratto collettivo.

Qualcuno l’ha definita una regola «salva imprenditori». Più semplicemente, suonava stonata e lontana dall’articolo 36 della Costituzione sull’equo compenso, diritto fondamentale di ogni lavoratore. Così lontana che il Quirinale non avrebbe mancato di farlo notare. Il salvacondotto al lavoro sottopagato alla fine non ci sarà. Pur cancellata, la norma è emblematica dei colpi di mano, ora sventati ora no, ai quali abbiamo assistito negli ultimi giorni.

Il siparietto sulle pensioni

Si sa che la manovra è un duello di sciabole più che di fioretto, ma sul tema pensioni il siparietto non è stato dei migliori. Il dimezzamento del valore temporale del riscatto della laurea è saltato. È rimasto invece lo stop al cumulo con la previdenza complementare: «Pare non interessare nessuno», ha detto il ministro delle Finanze Giorgett i dopo averlo introdotto l’anno scorso, probabilmente un tempo troppo limitato per saggiarne i risultati (mentre con lungimiranza si è previsto il silenzio assenso sui fondi pensione per i neo assunti). È rimasta anche la frenata sull’anticipo della pensione per lavori usuranti e per i precoci. Da questo taglia e cuci al risparmio si ricava una certezza: sulla previdenza, i numeri devono tornare e non lo fanno con gli slogan. Certo, aspettarsi riconoscimenti pubblici ai meriti della riforma Fornero che a suo tempo mise in sicurezza il sistema sarebbe troppo.

Il problema adesso è che la platea dei lavoratori si assottiglia sempre di più e per garantire la previdenza del futuro non sarà sufficiente racimolare qualche miliardo qua e là. Ecco, visioni d’insieme e strategie di respiro sarebbero auspicabili, anche su altri fronti, ben sapendo che il debito al 136 quasi 137% del Pil è una zavorra e su questo va dato atto al ministro Giorgetti di aver tenuto una linea della prudenza, premiata dai giudizi internazionali e dallo spread. Così come va dato atto del tentativo di alleggerire il fisco sul lavoro, anche se, è stato fatto notare, la riduzione della seconda aliquota Irpef dal 35 al 33% finirà per dare benefici maggiori a chi ha già di più. Come la norma sull’Isee: alzare la franchigia sulla prima casa avrà un effetto regressivo.

Sul meccanismo dell’Isee, peraltro, è da registrare una sottolineatura fatta in un’intervista al Sole 24Ore da Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali, già sottosegretario al Welfare nei governi Berlusconi: nel 2024 hanno chiesto l’Isee 30 milioni di persone, pari a 10,5 milioni di famiglie. Significa che «più della metà della popolazione italiana chiede sconti nel pagamento delle prestazioni allo Stato. C’è da chiedersi chi paga». Il problema è del Paese. La legge di bilancio dovrebbe rispondere correggendo le storture da bonus e non favorendole.

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