La brutta notizia  della Tunisia

La brutta
notizia
della Tunisia

Quanto avviene in Tunisia in questi giorni è ragione di dolore per coloro che hanno a cuore la democratizzazione del mondo arabo, il suo sviluppo economico, la stabilità del bacino mediterraneo e la sorte di migliaia di persone sospese tra l’Africa del Nord e l’Europa del Sud. I fatti sono noti: il presidente Kais Saied ha sospeso il Parlamento per trenta giorni, l’ha fatto presidiare dai militari, ha estromesso il premier Hichem Mechichi e alcuni titolari dei dicasteri chiave e ha proclamato il coprifuoco nelle ore notturne.

Inoltre, ha annunciato di voler prendere in mano le redini del Paese con un nuovo primo ministro di sua scelta. Che si tratti di un colpo di Stato, come ripete Rashid Ghannouchi, presidente del Parlamento e leader del partito islamista Ennahda, o di un atto garantito dall’articolo 80 della Costituzione, come dice Saied, ormai poco importa: l’esercito sta con il presidente della Repubblica e per il momento controlla le sporadiche proteste di piazza.

Tutto ciò avviene, in pratica, nel decimo anniversario della Rivoluzione dei Gelsomini, che portò alla cacciata del dittatore Ben Alì e che, dopo il sacrificio dell’ambulante Mohammed Bouazizi (che si diede fuoco per protestare contro gli abusi della polizia), fece da innesco alle cosiddette Primavere arabe. Nel 2015 il Quartetto per il dialogo nazionale tunisino fu insignito del premio Nobel per la Pace, giusto riconoscimento a una società civile che stava dando una lezione al resto del mondo arabo. Dalla dittatura alla democrazia parlamentare. Elezioni regolari, crisi di Governo senza traumi, cambi di maggioranza che vedevano alternarsi senza scontri i partiti di ispirazione islamista a quelli laici. Sembrava un sogno. Forse era un sogno.

© RIPRODUZIONE RISERVATA