La difesa della vita merita sempre rispetto

ITALIA. Uno squarcio di luce abbacinante nelle fitte tenebre che ormai da tempo avvolgono il mondo, stretto nella morsa di troppe guerre e di un’infinita violenza, ad ogni latitudine.

Si può anche commentare così la notizia che il campanello della «Culla per la vita» di Bergamo è tornato a suonare ieri mattina (domenica 19 aprile ndr), a distanza di quasi tre anni dall’ultima volta che ciò avvenne. Di questa vicenda non si sa nulla, ma piuttosto che parlare di abbandono di un neonato, meglio scegliere una prospettiva diversa: nonostante le difficoltà che hanno avvolto la vita di questo bimbo fin dal suo primo vagito, la sua mamma (si presume che anche per lei la vita non sia tutta rose e fiori) ha comunque deciso di provare a dargli un futuro diverso da quello che le condizioni familiari in cui è venuto alla luce gli prospettavano. Non ha scelto di sopprimerlo per poi gettarlo in un luogo dove chissà chi e chissà quando sarebbe stato (forse) ritrovato, e non ha nemmeno scelto di lasciarlo in un anonimo scatolone avvolto in una copertina pulita, sistemato da qualche parte lungo una strada. Ha preferito invece lasciarlo nel posto migliore su cui poteva contare, il più sicuro e il più affidabile, capace di prendersi cura di quella piccola vita già una manciata di secondi dopo averla lasciata in quella «culla» tutta particolare. Ma questa scelta - dimostrazione di un amore senza fine che va oltre ogni ostacolo - è stata «solo» l’ultima di una serie, e tutte - si presume - ugualmente difficili. A cominciare dalla prima in assoluto: decidere di portare avanti la gravidanza in un contesto non facile, affollato da pericoli per lei e la creatura che portava in grembo. Lo si legge apertamente tra le righe della lettera che gli ha lasciato: «Ti auguro una vita piena di gioia e di serenità, che in questo momento non ti possiamo dare. Ma sei stato tanto amato. Ti amo tanto». Poteva finire meglio di così, certo, ma poteva finire assai peggio, e poteva persino non cominciare nemmeno. Anche solo per questo, la decisione della mamma va compresa e va accolta, con rispetto, compassione e tenerezza.

Una scelta coraggiosa

In un mondo dove la vita di un uomo non ha più alcun valore, lottare per non sopprimerne una - e riuscire nell’impresa - è un gesto per certi versi rivoluzionario, che va oltre tutte le logiche del «perbenismo», pronte a condannare (e a nascondere, se non ad eliminare…) «il frutto del peccato», piuttosto che sfidarne le convenzioni per difendere una vita, soprattutto se tra le più fragili e le più indifese. Una scelta, peraltro, estremamente coraggiosa, non foss’altro per la grande facilità con cui oggi è possibile evitare una gravidanza con l’utilizzo della cosiddetta «contraccezione d’emergenza», il giorno dopo («efficace fino a tre giorni») o cinque giorni dopo aver compiuto l’atto. I vincoli legislativi per poter entrare in possesso di una di queste pillole (che agiscono prima che l’ovulo fecondato si impianti nel ventre materno) sono bassissimi anche per le minorenni, che possono acquistare liberamente quella dei «cinque giorni dopo» senza presentare alcuna ricetta, sia in farmacia sia in parafarmacia. I dati di diffusione di questo genere di prodotti sono piuttosto eloquenti: tra il 2019 e il 2021 in Italia si è venduto circa un milione di confezioni l’anno, un numero cresciuto durante l’epidemia di Covid 19, ma che poi è andato via via aumentando. Nel 2022 sono state vendute circa un milione e centomila confezioni, salite ulteriormente del 5 - 10% nel 2023. A questi numeri si possono aggiungere anche quelli legati all’aborto vero e proprio, circa 65mila nel 2023 (di cui quasi il 60% - ma il dato è in aumento - eseguito con l’utilizzo di farmaci specifici). Stante la situazione, dunque, la scelta di chi ieri ha pensato alla «Culla per la vita» assume - se mai sia possibile - ancor più rilevanza.

Come aiutare le famiglie

La sua decisione apre tuttavia anche un altro tema, più laico e prosaico, ma senza alcun dubbio fondamentale: come aiutare davvero chi oggi voglia «metter su» famiglia e generare dei figli. Non sappiamo quale tipo di difficoltà stia alla base della vicenda di ieri, ma è fuor di dubbio che oggi, soprattutto in Italia, lasciare la famiglia d’origine per crearne una propria è particolarmente difficile. I giovani faticano a programmarsi un futuro per diverse ragioni, la prima delle quali è legata - banalmente - alle possibilità economiche: si affacciano relativamente tardi sul mercato del lavoro, hanno contratti precari o «a termine», stipendi più bassi del costo reale della vita, e tutto ciò non fa altro che generare insicurezza nel comprare casa e «programmare» dei figli.

«I bambini - diceva il poeta cileno Pablo Neruda - sono l’ora migliore dell’uomo»

L’abitazione è dunque il primo grande ostacolo concreto da superare: gli affitti sono alti, i mutui difficili da ottenere per chi non ha contratti stabili, le soluzioni di edilizia accessibile sono poche. Altro aspetto: per molte famiglie, crescere un figlio è un impegno economico molto pesante. Cibo, vestiti, scuola, socialità, sport e sanità assorbono una quantità significativa dello stipendio dei genitori, provocando anche in questo caso un senso di preoccupazione e di frustrazione che spesso è la vera origine per cui alla fine si rinuncia. Una volta nati i figli, poi, la conciliazione tra gli impegni di lavoro e quelli familiari è assai complicata, tenendo conto che gli asili nido sono pochi o costosi, che gli orari tra famiglia e professione sono spesso incompatibili, e che trovare o ricevere un aiuto dallo Stato è difficoltoso. La situazione si complica ulteriormente, anche perché i congedi non sempre sono sufficienti e finisce che uno dei due genitori (solitamente la mamma) deve ridurre (o lasciare) il proprio lavoro. Mettiamoci infine il fatto che le reti familiari si sono fortemente indebolite, e il gioco è fatto… mentre la curva di natalità va sempre più giù (complice anche il fatto che il tasso di fertilità della coppia - sempre più «vecchia» e sempre più stressata - cala di anno in anno).

Insomma, la difesa della vita nascente, alla fine, non passa solo da una battaglia etica e culturale che il nostro Paese deve tornare a combattere con sapienza e lungimiranza, ma anche dall’introduzione di interventi strutturali veri e duraturi: bonus «una tantum», incentivi brevi e pochi servizi, senza alcuna garanzia per il futuro, non sono certo in grado di modificare il comportamento di chi vuole «crescere», non solo numericamente, ma anche come coppia, consapevole e in grado di prendersi cura e dare un futuro ai propri figli. «I bambini - diceva il poeta cileno Pablo Neruda - sono l’ora migliore dell’uomo». Fa sorridere, ma nasconde una grande verità.

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