La giusta distanza da «amici» pericolosi

MONDO. La misura era proprio colma. Non si spiega altrimenti la progressiva presa di distanza del Governo Meloni dal duo Trump-Netanyahu.

Il clamore è tutto per gli annunci di martedì 14 aprile: la disdetta dell’accordo di Difesa firmato con Israele nell’ormai lontano 2005; la polemica a distanza con Trump e le sue affermazioni su Papa Leone, da Giorgia Meloni definite «inaccettabili», con l’aggiunta della considerazione sull’eventuale disagio a ritrovarsi «in una società nella quale i leader religiosi fanno quello che dicono i leader politici». Prima ancora c’era stata la presa di posizione del vice-premier e ministro degli Esteri Tajani, che aveva bollato come «ingiustificati e inaccettabili» i bombardamenti di Israele su Beirut dei giorni scorsi. Reazione di Israele: convocazione dell’ambasciatore italiano per una protesta ufficiale.

Un vero e non casuale crescendo, insomma, che può stupire. Per fare qualche esempio, il nostro Governo aveva assistito con qualche timido alzar di sopracciglio alle stragi israeliane a Gaza, non aveva proferito verbo sulle sanzioni americane contro Francesca Albanese (che, piaccia o no, è pur sempre un funzionario italiano dell’Onu), la maggioranza che lo sostiene ha mandato in approvazione un decreto contro l’antisemitismo basato sui criteri adottati dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), contestati anche in ambienti ebraici e respinto dall’Ordine dei giornalisti perché «rischia di criminalizzare posizioni e sensibilità altrimenti legittime», e di fronte alla guerra israelo-americana all’Iran aveva pensato di cavarsela con il celebre distico meloniano: non condivido e non condanno (qualunque cosa ciò voglia dire). In poche parole: a Israele e agli Usa trumpiani l’Italia aveva concesso tutto.

Come siamo arrivati, dunque, a questo exploit di Giorgia Meloni, la sua Sigonella verbale? Le ragioni sono diverse. Intanto è diventato davvero difficile non capire che la congiunzione degli interessi di Israele e Usa rischia di provocare una tempesta perfetta (economica, politica e militare) sull’Europa e sull’Asia. A Israele interessa solo annichilire il più possibile l’Iran, l’unico ostacolo rimasto alla sua espansione territoriale che prevede la conquista di parti del Libano e della Siria, oltre che di Gaza e della Cisgiordania. Alla Casa Bianca importa solo di mettere le mani sulle risorse energetiche altrui, per riconquistare la parte ormai erosa del dominio globale americano e con questo cercare di tamponare la ferita sanguinosa del deficit di bilancio. Per raggiungere i propri obiettivi, il duo Trump-Netanyahu non esita a mettere a ferro e fuoco il Medio Oriente, a rischiare una crisi economica globale, a umiliare gli alleati e i Paesi amici e, soprattutto per l’Europa, a creare difficoltà che non potranno non riflettersi anche sulla «nostra» guerra, quella in Ucraina. Non è un caso se persino Peter Magyar, fresco vincitore delle elezioni in Ungheria e novizio della grande politica, ha dichiarato che non chiamerà né Putin né Trump. Un paragone che dovrebbe far riflettere qualcuno, a Washington.

Israele e gli Usa sono alleati pericolosi, almeno in questa fase. E, per tornare alle vicende di casa nostra, non lo sono solo a livello internazionale. Possiamo sbagliare ma crediamo che l’eccessivo appiattimento di Meloni su Trump (soprattutto) e Netanyahu abbia molto contribuito a mobilitare quel 61% dei giovani (tra i 18 e i 34 anni) che al referendum sulla giustizia ha votato no ed è risultato decisivo. Non offenderemo nessuno se avanziamo l’ipotesi che, più che i tecnicismi sulle carriere dei magistrati, sull’onda giovanile del no abbiano influito le vaghezze meloniane rispetto a un quadro politico internazionale che andava degenerando e che si pretendeva di affrontare con qualche frase fatta e un sostanziale allineamento alle posizioni del più forte e più armato.

Trump, più che aggressivo, comincia a sembrare disperato. Il che lo rende ancor più imprevedibile e dannoso

Era dunque venuto il momento di battere almeno un colpo, cosa che è stata fatta con una certa efficacia, viste le reazioni da oltreoceano. Ora resta il difficile: tenere la barra dritta. Perché Trump, più che aggressivo, comincia a sembrare disperato. Il che lo rende ancor più imprevedibile e dannoso.

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