La «Medicina» per fare sistema

ITALIA. Anche il primo trapianto combinato da donatore vivente in Italia porta la firma dell’ospedale «Papa Giovanni».

Le «prime» non sono una novità per il nostro ospedale, e anche quella resa nota ieri (20 gennaio ndr) è l’ennesima conferma, se mai ce ne fosse bisogno, delle capacità e del valore che la struttura ospedaliera di Bergamo è in grado di esprimere. Lo fa da sempre, per la verità, nonostante i malanni (alcuni reali, altri «ideologici») che affliggono la sanità pubblica italiana, e nonostante alcune scelte poco lungimiranti fatte in passato da Regione Lombardia. Nel campo dei trapianti, la scuola bergamasca è tra le più radicate in ambito europeo e internazionale, tanto qui che la storia di questa tecnica chirurgica vanta nomi celeberrimi: da Lucio Parenzan, Giorgio Invernizzi e Paolo Ferrazzi per il cuore a Giuseppe Locatelli, Giuliano Mecca e Giuseppe Remuzzi per i reni, a Bruno Gridelli e Michele Colledan per il fegato, l’intestino e il polmone, tutte figure di primissimo piano che hanno fatto la storia dei trapianti, e non solo in Italia. Ma con loro, al «Maggiore» prima, ai «Riuniti» poi e al «Papa Giovanni» da una dozzina d’anni a questa parte, sono davvero molti i medici che, con le loro intuizioni e le loro ricerche, hanno segnato la storia delle diverse branche della Medicina del nostro Paese, come ad esempio l’oncoematologia. A ciò si aggiungano personale paramedico e amministrativo, strutture, tecnologie e apparecchiature d’avanguardia che fanno del nostro ospedale un luogo di cure altamente specializzato, capace di farsi carico di casi clinici particolarmente complessi.

Siamo bravi, e allora? Allora è giunto il momento che il «Papa Giovanni» metta a sistema tutto questo grande bagaglio di conoscenze non solo per il bene dei malati, ma anche della stessa

La prima: dare finalmente al «Papa Giovanni» il ruolo che merita e che in passato gli è stato negato

città, diventando uno degli strumenti fondamentali per rilanciare lo sviluppo economico e sociale del nostro territorio. Un tema sollevato da queste colonne prima dal rettore dell’Università, Sergio Cavalieri, e poi dalla presidente di Confindustria, Giovanna Ricuperati, in piena sintonia tra loro e il Kilometro Rosso per farsi artefici di questo significativo cambio di passo. È il tempo delle scelte, scriveva Cavalieri, e per quel che riguarda la sanità di casa nostra, ci permettiamo di indicarne due.

La prima: dare finalmente al «Papa Giovanni» il ruolo che merita e che in passato gli è stato negato. Nel gennaio del 2022 era stato proprio «L’Eco» a presentare dalle pagine del giornale «la richiesta» a Regione Lombardia di trasformare l’Asst cittadina in Azienda ospedaliera, svincolandola dai lacciuoli della gestione del territorio che la riforma entrata in vigore in quei giorni le attribuiva (del tutto impropriamente, e non solo a nostro avviso). Ne

Un altro treno per l’autonomia del «Papa Giovanni» lo prevede niente meno che il Disegno di legge delega approvato dal Consiglio dei ministri il 12 gennaio scorso per riformare il Servizio sanitario nazionale

scaturì un vivacissimo dibattito a sostegno dell’autonomia dell’ospedale, ma dopo un gran parlare, chi doveva fare non fece, e bastò un infelice rattoppo per far credere che il problema sarebbe stato risolto, ma il cui unico risultato fu quello di archiviare la questione, dimenticandosela del tutto. Quel treno è passato, ma il «Papa Giovanni» potrebbe salire su almeno altri due convogli. Il primo si chiama Irccs, Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico, «ente ospedaliero nazionale - si legge nel sito di Regione Lombardia - che unifica, all’interno della propria struttura, sia attività diagnostico-terapeutiche sia attività di ricerca di elevatissimo livello. Sono ospedali di eccellenza - continua la Regione - che perseguono finalità di ricerca nel campo biomedico ed in quello della organizzazione e gestione dei servizi sanitari. La peculiarità dell’attività di ricerca degli Irccs sta nello scambio continuo di conoscenze scientifiche fra attività di laboratorio e attività clinica». Tutte caratteristiche che l’ospedale cittadino possiede e che potrebbero essergli riconosciute una volta per tutte.

La ricerca degli Irccs e l’autonomia

Un altro treno per l’autonomia del «Papa Giovanni» lo prevede niente meno che il Disegno di legge delega approvato dal Consiglio dei ministri il 12 gennaio scorso per riformare il Servizio sanitario nazionale. Tra i punti centrali del documento, la nascita di ospedali di 3° livello che, secondo l’articolo 2, corrispondo alle strutture ospedaliere di eccellenza a livello nazionale, «con un bacino di utenza nazionale e sovranazionale, individuati secondo criteri omogenei tenendo conto in particolare di elevati standard di qualità, della quota di assistiti provenienti da altre regioni e dall’attività di ricerca». Tutti requisiti che, pure in questo caso, il «Papa Giovanni» possiede.

Anche la seconda scelta su cui invitiamo a riflettere prevede di risalire su un treno passato molti anni fa, per l’esattezza agli inizi degli Anni ’60, quando Bergamo perse «per un pelo» - come si legge nei ricordi del sindaco di allora, l’indimenticato e indimenticabile avv. Tino Simoncini - l’istituzione di una Facoltà di Medicina. Svanì perché, di fatto, si misero di traverso «i baroni» della Medicina bergamasca. Oggi questo pericolo è di gran lunga meno consistente (anche se non del tutto scongiurato), ma se ne sta profilando all’orizzonte uno altrettanto preoccupante, visto che Bergamo corre seriamente il grosso rischio di rimanere l’unico capoluogo di provincia lombardo con un’università priva di questo corso di laurea autonomo: ne sarebbero pronti a partire di nuovi, dicono i beni informati, e a non molta distanza dai confini della nostra provincia.

Il sogno diventa realtà

Mai come oggi il sogno potrebbe (e dovrebbe) diventare realtà, perché esistono tutte le condizioni per poter centrare l’obiettivo. Quali siano è presto detto: un ospedale di assoluto livello, un’università che da tempo coltiva il progetto di una scuola di Medicina capace di interpretare le sfide della sanità contemporanea e che ha tutte le carte in regola per poterlo fare (con Milano Bicocca condivide già un corso di laurea in Medicine and Surgery in lingua inglese), la presenza sul territorio dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri (un’eccellenza internazionale credibile e rispettata), della Fondazione Ferb (un polo avanzato nella cura delle malattie degenerative e dell’invecchiamento) e della Fondazione Anthem (una piattaforma che coinvolge la rete industriale e accademica più grande d’Italia nell’ambito della tecnologia al servizio della salute).

Le premesse per fare, e per fare bene, ci sono tutte, e qualcosa si sta già muovendo, con alcune alleanze già strette. Ora serve il coinvolgimento di tutta la città, delle sue istituzioni e di quelle ai massimi livelli. Questo treno, stavolta, non si può perdere, Bergamo ce la può fare: a patto che si presenti in orario.

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