La nuova legge elettorale. Una riforma scritta male che non garantisce chi vince
ITALIA. Anche questa volta non sono previste le preferenze, ossia il modo più diretto con cui l’elettore può mandare a Roma chi giudica più degno o più adatto.
C’è chi l’ha paragonata addirittura alla legge Acerbo del ’23 che blindò la vittoria del Fascismo, e chi ha sostenuto che è addirittura anche peggio della cosiddetta «legge truffa» che dava un premio del 15% a chi superava il 50%. La legge elettorale presentata alla Camera e al Senato dalla maggioranza ha fatto imbufalire la sinistra, un po’ per come è congegnata, un po’ perché si pensa che mettersi a litigare sulla legge elettorale serva a Meloni a distrarre l’opinione pubblica dall’imminente referendum sulla Giustizia, visto che la riforma Nordio corre il rischio di essere bocciata: «È un’arma di distrazione di massa» dice Schlein, «ma noi fino al referendum parleremo solo di giustizia, non cadiamo nella trappola», avverte Fratoianni. Da queste reazioni la prima cosa che si capisce è che l’opposizione non è stata minimamente coinvolta dalla maggioranza nella discussione su una legge che è una regola del gioco e che per natura sua dovrebbe andare più o meno bene a tutti. Ma da tempo questa vecchia regola della prima Repubblica è largamente disattesa sia dalla destra (Porcellum) che dalla sinistra (Italicum e poi Rosatellum).
Rischio ingovernabilità
L’analisi delle opposizioni è che la legge - un proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione che supera il 40% dei voti e quindi riceve 70 deputati e 35 senatori in più - serva solo a garantire la vittoria del centrodestra il prossimo anno, dal momento che questa volta, a differenza del 2022, le sinistre non vogliono presentarsi divise e dunque perdenti in partenza. A questo servirebbe la sparizione dei collegi uninominali che potrebbero essere conquistati dal Campo largo in parecchie regioni del Sud. E tuttavia un esperto della materia come il professor Roberto D’Alimonte ci spiega che il meccanismo premiale così congegnato non garantirebbe a chi vince un margine veramente sicuro sia alla Camera che al Senato, così il rischio sarebbe paradossalmente l’ingovernabilità. Il contrario di quello che sostengono al Pd: con questo meccanismo, dicono, la destra si potrebbe eleggere da sola anche il Capo dello Stato. Gli esperti sono al lavoro per capire come funzionerebbe davvero un meccanismo che comunque a prima vista sembra molto improvvisato: su misura (della destra) sì, ma non è detto che siano misure giuste. Poi c’è un altro elemento fatto apposta per indebolire la sinistra: non ci sarà il nome del candidato premier sulle schede elettorali - dunque nessuna plateale designazione popolare - ma quel nome dovrà essere comunque depositato dalle coalizioni insieme al programma. Per Meloni non c’è discussione, ma per il Campo largo chi si mette? Schlein o Conte o un papa straniero (per esempio l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, vecchio democristiano di sinistra)? Qui l’accordo su come e cosa decidere è veramente arduo.
Quarto progetto in trent’anni
Insomma è un tavolino, quello apparecchiato dal centrodestra, che ha le zampe o storte o di lunghezza diversa, tant’è che secondo diversi costituzionalisti, è scritta male e potrebbe fare la fine dell’Italicum di Renzi, bocciato dalla Corte e mai entrato in vigore. In ogni caso questo è il quarto progetto di legge elettorale per le Camere che viene presentato in trent’anni, un unicum nelle democrazie rappresentative, compresa la nostra che si tenne il proporzionale puro dal 1946 fino alla fine della Prima Repubblica, ossia fino al cosiddetto Mattarellum del 1993.
Su un punto però destra e sinistra dovrebbero essere tutti d’accordo: anche questa volta non sono previste le preferenze, ossia il modo più diretto con cui l’elettore può mandare a Roma chi giudica più degno o più adatto. Le liste restano bloccate, lì decidono solo i partiti. E l’astensione cresce.
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