La risposta nel grido della Croce
VENERDÌ SANTO. Pur non liberando dalla morte e dalla sofferenza, Dio rimane fedele all’alleanza, intende onorare il compito della giustizia. La passione di Gesù è la testimonianza della prossimità di Dio nella sofferenza dell’uomo.
«Oh babbo mio! Se tu fossi qui! E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito». È questa la prima versione del finale de Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi (1881-1883). Lo scrittore fiorentino si vide «costretto» a continuare il racconto che dava per concluso: i suoi piccoli lettori non avrebbero mai potuto sopportare una fine così angosciante. Era semplicemente scandalosa la prospettiva letteraria che Pinocchio – anche se semplice pezzo di legno – venisse abbandonato da Geppetto o che il «padre», assente, non intervenisse e lo lasciasse miseramente morire così. È tornato alla mente il celeberrimo romanzo di formazione riascoltando il grido di Gesù sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34; Mt 27,46).
L’associazione non dovrebbe risultare scomposta se pensiamo ai molteplici rinvii teologici, nemmeno troppo nascosti, suggeriti dalla storia del burattino collodiano. L’allora cardinale di Bologna Giacomo Biffi ci scrisse perfino un saggio «Contro Maestro Ciliegia».
I quattro evangelisti documentano ben sette parole di Gesù sulla croce e quella che non t’aspetteresti mai è riportata da Marco e Matteo. Che, sì, mettono sulle labbra di Gesù l’incipit del salmo 22, un canto di fiducia, ma questo non alleggerisce il tragico di quel finale. La domanda rimane, e lo scandalo pure, non lo si risolve con l’ingenua, e francamente stucchevole, affermazione sulla bocca ancora di tanti praticanti, convinti che «tanto Lui sapeva già di risorgere».
Il Venerdì Santo è uno scacco alla fede di ogni credente (e, innanzitutto, a quella stessa di Gesù) e la resurrezione non cancella i segni della passione e morte. Turoldo lo aveva intuito in una delle sue più conosciute raccolte poetiche, Canti Ultimi: «No, credere a Pasqua non è / giusta fede: / troppo bello sei a Pasqua! // Fede vera / è al Venerdì Santo / quando Tu non c’eri / lassù. // Quando non una eco / risponde / al suo grido // e a stento il Nulla / dà forma / alla Tua assenza». Riascoltare «A stento il nulla», potendo quasi immaginare il vocione baritonale del frate friulano, aiuta non tanto a dissodare l’enigma quanto ad affacciarsi sul mistero insondabile del Figlio che pone in questione l’immagine di Dio con il suo (incomprensibile?) silenzio.
L’ora nona mette a dura prova la relazione padre-figlio e la «necessità» di quella morte così barbara è un punto interrogativo rivolto direttamente all’Altissimo. Lo scandalo della morte (il greco σκάνδαλον allude alla «pietra di inciampo» ed è proprio sul «finale di partita» dell’innocente che la fede inciampa, facendosi dubbio e protesta) si scioglie non certo ricorrendo al paradigma sacrificale della morte del Figlio, dal quale ci siamo liberati grazie a Girard, ma dando credito alla sua libera postura che fa del morire un inedito atto di donazione: il servo che «pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne di essere come Dio» si «svuota». Solo per amore. Nel massimo diniego della sua esistenza è all’uomo che, Gesù, pensa, pensando di non salvare se stesso, perdonando chi lo sta uccidendo («perdona perché non sanno quello che fanno»), assicurando la giustizia a chi chiede il riscatto dall’ignominia e promettendo una destinazione altra che non sia il Nulla («oggi con me sarai in paradiso»).
In piena tempesta contestataria, nel 1967 De Andrè aveva scelto Gesù di Nazareth come emblema dell’«uomo in rivolta». Prima ancora de «La buona novella» aveva già cantato versi impareggiabili: «Ma inumano è pur sempre l’amore / di chi rantola senza rancore / perdonando con l’ultima voce / chi lo uccide fra le braccia di una croce» (Si chiamava Gesù). Il grido del Crocifisso è stato da sempre accompagnato al grido degli ultimi che non si arrendono all’idea che Dio sia indifferente al loro dolore e che il Male (la morte) debba essere l’ultima parola rivolta all’uomo.
«Dio mio perché mi hai abbandonato», sosteneva Bobin, «è l’espressione più amorosa che ci sia. Ognuno ne conosce la vibrazione intima. Nessuna vita può fare a meno di questo grido. Queste parole che Cristo rivolge al suo invisibile padre sono il cuore segreto dell’amore, il suo centro tremante, la sua fiamma che vacilla, s’inclina e non si spegne. Esse sono pure la sola prova dell’esistenza di Dio: non ci si rivolge così al nulla. Non si lanciano rimproveri al niente. C’è qualcuno dietro questo grido, c’è un viso dietro l’abisso».
Nell’ingiusta e inspiegabile passione degli umani, Dio annuncia la sua com-passione. Nella passione del Figlio ogni uomo scorge l’indefettibile volontà di Dio di stare dalla parte dell’umano ferito. Dio non è uno spettatore passivo. Nello «spettacolo» della croce (Lc 23,48) Dio mette in scena se stesso: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37). Pur non liberando dalla morte e dalla sofferenza, Dio rimane fedele all’alleanza che intende onorare il compito della giustizia che si deve all’uomo. La parola del trafitto, sospeso tra cielo e terra, fronteggia il vero scandalo che è l’indifferenza di Dio. La com-passione del Figlio dell’uomo spazza via la tentazione di credere che Dio sia incompatibile con l’umano, soprattutto con l’umano non performante, diniegato, scartato.
La domanda lancinante di Gesù, forse, rivela sotto traccia che la vera, unica, questione interessante per l’uomo non è sapere dell’esistenza di Dio ma se l’esistenza dell’uomo ha a che fare con Dio. Se l’uomo interessa a Lui. Non è questa la grande obiezione, mentre attorno si moltiplicano i palcoscenici di morte, i prepotenti dettano legge e violano codici e diritti, la violenza e il Male sembrano farla da padrone? «Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?» (Sal 8,5). Il grido della croce implicitamente è una risposta anche se nella forma della domanda inudibile.
La passione di Gesù è la testimonianza che documenta la prossimità di Dio nella sofferenza dell’uomo. Gesù è il testimone di questo Dio che prende così passione per l’uomo da patire lui stesso: nessun altro deve rimetterci. Gesù è il testimone di un’alleanza che Dio non tradisce. La sua morte è la firma di una fedeltà impareggiabile. Ma ciò che fa la differenza non è la morte di Gesù quanto la sua inderogabile volontà di amore per l’intera umanità. Per questo è disposto a metterci tutta la vita che ha e che è. Per tutti. Nessuno deve sentirsi estromesso dall’interesse di Dio.
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