L’alleanza con gli Usa: i nuovi paletti di Berlino, un problema per Meloni

MONDO. In Europa l’alleato tedesco aiuta il governo italiano a ricavarsi uno spazio sulla scena europea. È anche funzionale all’obiettivo di mettere la Francia di Emmanuel Macron in ombra e quindi in discussione gli equilibri di potere in Europa.

Basti seguire le trasmissioni della televisione tedesca per capire che quando si dice Europa si intende in primo luogo Francia e Germania. All’Italia fungere da comprimario al servizio della grande alleanza non è mai piaciuto. L’alleanza con gli Usa è l’antidoto. Ma Merz, dopo l’attacco all’Iran, ha preso le distanze da Trump. Ha spiegato che l’Occidente fino ad ora pensato non esiste più. Berlino non vuole rompere con gli Stati Uniti ma pensa che l’Europa debba mettersi in proprio.

Merz ha a spiegato che l’Occidente fino ad ora pensato non esiste più. Berlino non vuole rompere con gli Stati Uniti ma pensa che l’Europa debba mettersi in proprio.

A fronte del considerevole impegno finanziario tedesco in Ucraina la scelta di Trump di allentare l’embargo sul petrolio russo è stata vissuta dalla Germania come un colpo alla schiena. Berlino non vuole rompere con Washington ma definisce i paletti. Deve essere chiaro che la politica Maga propugnata dal movimento di Trump non appartiene alla Germania. Merz a proposito dell’intervento americano e israeliano in Iran ha ribadito: se ce l’avessero chiesto glielo avremmo sconsigliato. Insomma, toni ben diversi che a Roma dove la prima preoccupazione pare sia quella di non irritare l’inquilino della Casa Bianca. Senza l’ombrello americano, gli Stati europei non hanno strumenti e risorse per fronteggiare le sfide di un mondo sempre più complicato. Questa la motivazione di Giorgia Meloni a Merz.

Ma il problema è che così facendo si fornisce a Trump il pretesto per confermare ciò che il suo vice JD Vance ha definito a chiare lettere alla Conferenza di Monaco 2025, ovvero che gli europei sono avviati alla decadenza. Nel documento per la Sicurezza strategica Usa la priorità assoluta è garantire la sicurezza degli Stati Uniti e a questo obiettivo devono orientarsi gli alleati europei. Non che in passato fosse diverso. Ma il fine ultimo era la difesa dei valori imprescindibili dell’Occidente del quale gli Usa erano il garante e per i quali si giustificava l’egemonia americana. Questo Occidente non c’è più. Ed è un problema per il governo Meloni che si è ritagliato un ruolo come costruttore di ponti oltre Atlantico.

È sempre più evidente che gli Stati Uniti chiedono l’uniformità dei comportamenti in ossequio al solo potere economico e militare. E questo entra in collisione con gli interessi europei e italiani come si è visto con i dazi e il conflitto con l’Iran. I prezzi alla pompa di benzina ne sono i testimoni. Ci si deve sottomettere non per convinzione ma per costrizione indotta. A questa impostazione Merz ha posto un argine. Trova condivisione con la Francia di Macron, con la Spagna e con i piccoli Stati dell’Ue come la Danimarca che vede la Groenlandia a rischio invasione Usa. Si crea quindi nell’Ue un nuovo equilibrio di potere dal quale Roma si troverebbe esclusa. Finora solo al primo ministro canadese Mark Carney era riuscito di farsi alfiere dei valori del Vecchio Occidente. Quello a cui l’Europa ancora crede. Merz ha alzato il vessillo. A Roma rimane aperta la domanda: quanto può costare all’Italia la continua acquiescenza all’amico Donald.

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