Le tre linee della destra, prima o poi la scelta

ITALIA. Con Santiago Abascal di «Vox» in Spagna, con il tecnocrate liberale Mario Draghi in Italia, con Ursula von der Leyen del partito popolare in Europa. Non è un mostro politico a tre teste la Meloni.

Non è nemmeno una leader con la testa mutante alla bisogna. I suoi sono solo tre diversi, opposti orientamenti politici che valorizza alternativamente a seconda delle sedi in cui si trova a confrontarsi. Il primo. Nella recente campagna elettorale spagnola ha prima sostenuto convintamente il partito di estrema destra, nazionalista e ultra conservatore, di «Vox», poi, a risultato deludente acquisito, ha opportunamente scelto di ripiegare, limitandosi a confermare l’appoggio ad Abascal in forma privata.

Il secondo. Nell’azione di governo intrapresa da quando si è seduta a Palazzo Chigi, la Meloni ha scelto tutt’altra direzione. Sia in politica estera (vedi l’abbraccio incondizionato dell’atlantismo o il sostegno solidale all’Ucraina), sia in politica economica (con il sostegno alle imprese e in particolare con l’abolizione del Reddito di cittadinanza), così come nelle nomine apicali dello Stato, si è invece attenuta alla cosiddetta agenda Draghi, quella stessa che dall’opposizione aveva aspramente avversato.

Il terzo. L’Europa, fino a ieri l’altra bestia nera di Fratelli d’Italia quando ne fomentavano l’avversione facendo leva sull’impopolarità degli euro-burocrati, è diventata una partner istituzionale cruciale nella campagna di accreditamento internazionale del nuovo corso politico. Dal bando decretato alla Commissione europea, la premier è passata, così, alla fervida collaborazione con la sua presidente, espressione peraltro del partito rivale dei Popolari europei.

Non sono tre posture contraddittorie che la Meloni utilizza spregiudicatamente a seconda delle diverse sedi istituzionali e delle diverse contingenze politiche. Sono piuttosto la sedimentazione del travagliato percorso che la leader di Fratelli d’Italia ha intrapreso, una volta assunte responsabilità di governo, corrisponde alle tre linee politiche abbracciate in questo Dopoguerra dalla destra italiana di cui Fratelli d’Italia si considera - e si vanta - di essere in linea di continuità: il neofascismo del Movimento sociale, l’afascismo di Alleanza nazionale, il conservatorismo liberale di FdI, seguito alla sbandata populista delle prime ore.

Più che tenersi strette tutte queste tre declinazioni, tra loro contraddittorie (cosa impossibile), è ragionevole ipotizzare che la Meloni si senta costretta a destreggiarsi nel ginepraio di politiche alternative ereditate, con lo scopo di non «pagare dazio». Non vorrebbe cioè subire il danno di un brusco abbandono di tradizioni politiche storiche, cui il popolo della destra italiana è tuttora legato: il neofascismo delle origini e l’afascismo successivo.

Certo, la giovane «underdog» (sfavorita), come ama qualificarsi, non potrà prolungare indefinitivamente la scelta. Dovrà pur decidersi, prima o poi, a dire cosa vuole fare da grande. In caso contrario, rischia la perdita di quella credibilità politica che costituisce a tutt’oggi forse il fondamento più solido del suo successo mediatico. Sapremo allora quale sarà la fisionomia definitiva della destra italiana: se postfascista, sovranista, populista o liberal-conservatrice. Diversamente, la «Giorgia nazionale» si condannerà a restare prigioniera di un mix irrisolto di tutte queste posture, tra loro incompatibili.

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