Le zuffe a destra fra governo e cultura

ITALIA. La Biennale è quel che è sempre stata: polemica, rissa, scandalo, provocazione. Insomma arte contemporanea. Una faccenda che raramente consola e quasi sempre irrita.

Dal 1895 - quando ancora Venezia aveva il gusto della decadenza austroungarica e non quello degli spritz turistici - fino a oggi, la laguna ha ospitato ogni sorta di zuffa estetica e politica. Ci furono gli scandali di Pablo Picasso, quelli dei dissidenti sovietici, quelli del Sessantotto, e il celebre Papa Giovanni Paolo II abbattuto dal meteorite di Maurizio Cattelan: un’opera di cui, a distanza di anni, nessuno ha ancora capito il significato ma tutti ricordano lo scandalo.

La querelle sulla Biennale

Di questa nuova e grottesca batracomiomachia tra Pietrangelo Buttafuoco e il ministro Alessandro Giuli resterà invece un’altra fotografia: la destra che governa contro la destra culturale. Una scena tutta italiana. Da una parte il ministro della Cultura; dall’altra il presidente della Biennale di Venezia. In mezzo, i tamburi della protesta e persino le Pussy Riot. Una goduria per la sinistra, che vede la destra menarsi da sola con tanta passione.

Il motivo del contendere è noto: il ritorno del padiglione russo. Giuli non lo vuole perché l’Italia sostiene Zelensky e dunque, secondo la nuova ortodossia geopolitica, anche i quadri devono arruolarsi. Buttafuoco invece sostiene che l’arte debba restare fuori dalle guerre. E ovviamente ha ragione lui.

Perché se cominciamo a fare le pulci morali alla nazionalità degli artisti, allora bisognerà espellere anche i petroemirati del Golfo, la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, l’Egitto di al-Sisi che ancora protegge gli assassini di Regeni, l’Israele di Benjamin Netanyahu e di Itamar Ben-Gvir, che festeggia i compleanni con le torte decorate dal cappio. Di questo passo, alla Biennale rimarranno soltanto gli orologi a cucù della Svizzera, per citare Orson Welles (ma con i conti correnti dei nazisti come la mettiamo?).

Bandire la cultura

E se il ragionamento fosse coerente fino in fondo, dovremmo allora bandire anche Dostoevskij, Tolstoj, Bulgakov, Gogol, Šostakovič, Čajkovskij e tanti altri geni universali dell’arte. Ma le guerre passano, mentre i romanzi restano. Ed è precisamente questo che distingue la cultura dalla propaganda.

Così Buttafuoco, in questa lite da cortile ministeriale, finisce quasi col fare la figura di Voltaire. «La Biennale non è un tribunale ma un giardino di pace», ha detto. Frase magniloquente, certo. Ma efficace come un gol a porta vuota.

E pensare che Giuli sembrava voler costruire tutt’altra destra culturale. Nel suo pamphlet «Gramsci è vivo» teorizzava una destra capace di smettere i costumi da comparsa del Signore degli Anelli e di diventare «la più progressista fra i conservatori». C’era dentro un po’ di tutto: la critica al wokeismo, il superamento del sovranismo, l’umanesimo digitale, la politica come fatica dello spirito. Un programma ambizioso per il ministro dai basettoni romani, il tatuaggio imperiale e gli stivali da cavallerizzo.

Poi però è arrivato Matteo Salvini. Il leader leghista si è precipitato alla Biennale con zelo quasi diplomatico, sostando per venticinque minuti al padiglione russo - tempo record per chiunque non stia aspettando il vaporetto - e chiudendo la visita sotto le note di un coro siberiano che lo celebrava come un piccolo zar padano. A Giorgia Meloni è toccato il ruolo della mediatrice tormentata al Consiglio dei ministri mentre si azzuffavano come due chierichetti indisciplinati, una specie di Anna Karenina di Palazzo Chigi, intenta a separare i litiganti senza finire sotto il treno.

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