L’economia americana e i dazi di Trump

MONDO. A Davos, Trump ha fatto capire ai leader europei che non intende assolutamente rinfoderare la spada dei dazi sui Paesi europei.

Quando tutti avevano tirato un respiro di sollievo per la decisione del presidente americano di ritornare sui suoi passi circa i dazi da imporre a 8 Paesi per l’atteggiamento poco conciliante sulle sue pretese sulla Groenlandia, s’è profilata una nuova minaccia. Questa volta il tycoon americano ha ammonito gli alleati oltre Atlantico a non ridurre le proprie posizioni nei titoli di Stato americani, pena l’imposizione di nuove tariffe commerciali.

Il nuovo diktat non è certo estemporaneo, ma deriva da un progressivo disimpegno di alcuni detentori esteri, soprattutto Cina e Giappone ma anche Lussemburgo e Svizzera, che sembra essere iniziato a Pechino già nel 2018 ma che ha subito un’accelerazione negli ultimi 2-3 anni.

Verso un indebolimento del dollaro?

Le ragioni di tale tendenza sono varie: nel caso giapponese, ad esempio, si tratta di difendere la propria valuta con interventi sul mercato valutario viste le pressioni sullo yen. Quali potrebbero essere le conseguenze nel medio-lungo periodo? Geopoliticamente scatta un campanello d’allarme sul dollaro: si vuole ridurre la dipendenza dal biglietto verde, diversificando le riserve valutarie globali e orientandosi verso altri strumenti denominati in euro, yuan (la moneta cinese) e oro.

A Washington si guarda a tutto ciò con crescente timore: se le vendite subissero una progressiva accelerazione, i rendimenti sui titoli americani dovrebbero crescere portando con sé un aumento dei tassi di interesse e una pressione sui costi di finanziamento con un impatto negativo sulla gestione del già esorbitante debito pubblico. Il deflusso di capitali e la sfiducia nei titoli americani potrebbero probabilmente tradursi in un indebolimento del dollaro. Sullo sfondo c’è anche l’eventualità di una contrazione creditizia con riflesso negativo sulla stessa crescita economica.

Un ordine economico post dollaro

Lo scenario appena delineato non deve essere sovrastimato per i suoi effetti negativi fintanto che il dollaro mantiene un ruolo dominante come strumento di pagamenti internazionali. Tuttavia quel che conta per i mercati è la percezione della sicurezza del debito Usa e della stabilità del dollaro. Tali considerazioni potrebbero incentivare Paesi come i Brics a muoversi con maggiore convinzione sulla strada della costruzione di un ordine economico post dollaro. Anche alla luce dell’imminente cambio alla guida della Federal Reserve con la nomina di una persona di stretta lealtà a Trump, i Paesi «revisionisti» intendono ridurre la dipendenza strutturale dei loro sistemi dalle istituzioni occidentali, mirando ad un’autonomia finanziaria sovrana e alla nascita di infrastrutture alternative.

Segnali ben precisi sono già in atto da tempo: la nascita nel 2014 della Nuova Banca di Sviluppo (il cui 30% dei prestiti è stato concesso in yuan, real o rand) e sistemi di pagamento che comportano circuiti alternativi allo Swift, oggi usato da oltre 1.400 istituzioni in 120 Paesi. Fortunatamente per Washington (e per noi europei) anche qui la geopolitica ci mette lo zampino, perché Russia e India sono riluttanti per ora a mettersi nella mani di una Cina dominante, mentre non esiste ancora una vera e propria integrazione monetaria o fiscale. Certamente la tendenza è quella di un’espansione graduale di zone di pagamento in valute locali che ridurranno la quota di dollari nel commercio Sud-Sud.

Cosa si può prevedere per il 2026?

L’incognita maggiore rimangono le politiche della Federal Reserve che da sempre è stata chiamata a contenere la volatilità agendo con interventi coordinati, ma se il nuovo governatore della Banca centrale americana si piegasse sconsideratamente ai desideri del presidente (che indica come priorità la crescita dell’economia e bassi tassi di interesse), i rischi di destabilizzazione del sistema aumenterebbero significativamente. Si assisterebbe, cioè, ad una tensione tra le due sponde dell’Atlantico, un’accelerazione di vendite di titoli di Stato Usa anche da parte di Paesi mediorientali e/o asiatici e una spirale di condizioni capace di portare alla recessione. In un anno di presidenza, Trump ha perso gran parte del suo consenso tra gli elettori, ha portato una diffusa turbolenza nel panorama internazionale, picconando soprattutto il rapporto transatlantico e scegliendo politiche militari muscolari (Iran, Venezuela, Yemen). Se nel corso di quest’anno si assistesse anche a choc di rilievo nell’economia internazionale provocati da mercati sempre più volatili, crack delle Borse o gestioni dissennate a livello istituzionale, le prospettive per il cittadino comune in possesso di risparmi di una vita si farebbero certamente poco rosee.

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