L'Editoriale
Lunedì 16 Febbraio 2026
L’equilibrio fra i poteri, un argine democratico
ITALIA. Alla metà del Settecento, Montesquieu – nel definire i caratteri del potere politico – distingueva tre funzioni: potere legislativo, potere esecutivo, potere giudiziario, chiarendo che soltanto l’equilibrio fra i tre poteri poteva garantire la libertà.
In altre parole, dar vita alla democrazia. Questo straordinario schema è stato il pilastro dell’evoluzione delle nazioni dall’antico regime alle conquiste di modelli di tutela e salvaguardia degli ordinamenti giuridici in senso democratico. L’impianto di regole, che ha permesso di sedimentare nelle società i fondamenti delle democrazie, ha retto per oltre due secoli, pur nel travaglio di due guerre mondiali e nell’abominio delle dittature emerse nella prima metà del XX secolo.
Gli esiti del secondo conflitto mondiale sfociarono nella nascita di organismi sovranazionali (in primis l’Onu) ai quali si destinava il compito di garantire il rispetto dei principi fondamentali del diritto e della legalità. Questo meccanismo ha cominciato a traballare a causa della progressiva perdita di efficacia dell’azione degli organismi sovranazionali. Sotto questo profilo il processo di aggregazione delineato con la formazione dell’Unione europea ha avuto il merito di dare spazio a un assetto liberale degli ordinamenti nel continente. All’inizio del terzo millennio il processo di unificazione si è progressivamente incrinato, a causa del rigurgito di nazionalismo in alcuni Paesi, nei quali hanno preso quota orientamenti di tipo populistico. Ciò ha indebolito il ruolo dell’Unione europea nel consesso mondiale in una fase storica nella quale la competizione economica ha tracciato linee di confine molto nette tra Paesi ricchi e Paesi poveri.
L’epoca di Craxi e Berlusconi
In Italia il lento disfacimento dell’equilibrio dei poteri ha avuto inizio negli anni ’80, all’epoca di Bettino Craxi e di Silvio Berlusconi. La strategia di entrambi – pur con modalità e obiettivi diversi – fu orientata ad accentrare il potere politico nel governo. Ne conseguì la crisi profonda degli equilibri istituzionali che ebbe come sbocco la stagione di Mani Pulite, nella quale gli osanna dei cittadini conferirono centralità alla magistratura. Il collasso di un sistema politico durato quasi mezzo secolo sfociò nel dissenso verso la politica tout court, del quale fu palese prova il susseguirsi di gracilità dei governi in carica. Il discredito verso un ceto politico miope e traballante si è tradotto in forme accelerate di populismo, con il risultato di rendere cronica la debolezza del sistema politico. Le conseguenze sono note: il Parlamento ridotto a megafono dell’esecutivo, che opera attraverso il ricorso sistematico ai decreti legge e al voto di fiducia, rendendo formali le competenze del potere legislativo. Di fatto, nel sistema giudiziario si sono incrociati due fenomeni: il moltiplicarsi del protagonismo dei magistrati, sollecitato da spinte mediatiche; i tentativi sempre più frequenti dell’esecutivo di delegittimare la magistratura.
Il declino dell’equilibrio dei poteri
Fin qui la storia che testimonia, nel suo ondeggiante percorso, il declino dell’equilibrio dei poteri, mettendo in risalto il preoccupante modo di operare dell’attuale governo. La vittoria del centrodestra alle elezioni si è concretizzata nell’abuso delle prerogative dell’esecutivo nei riguardi dell’opposizione e della magistratura. Il presupposto, per così dire, teorico è «abbiamo vinto le elezioni, quindi lasciateci lavorare».
L’attuale governo trova inutili e fastidiose le obiezioni dell’opposizione, valendosi di una tambureggiante propaganda. Oltre a ciò, la presidente del Consiglio sfugge al confronto con la stampa, preferendo rivolgersi, attraverso il ricorso ai social, direttamente ai cittadini. Un panorama preoccupante per la democrazia, messa in crisi dagli squilibri istituzionali di un governo che si arroga il ruolo di tuttofare. Operazione rischiosa rispetto alla quale occorre creare un argine che eviti svolte autoritarie.
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