(Foto di Ansa)
MONDO. Ha preso le misure ed è riuscito nell’impresa di illuminare le Afriche, nazioni divise da contraddizioni e unite dal saccheggio, che non passa, dei colonizzatori vecchi e nuovi.
Papa Leone torna da una missione di undici giorni in un continente che chiede rispetto, che non è una sconfinata terra «sine historia» e che ha dimensioni politiche, economiche, culturali, morali e spirituali robuste, ma sistematicamente travolte e selettivamente smontate da influenze esterne e da meccanismi che hanno coinvolto élite politiche e oligarchi locali in una globalizzazione selvaggia e invasiva, giustificando corruzione e speculazione.
Leone non si è limitato alle denunce e alle esortazioni, ma ha indicato con due parole, ripetute in tutte le capitali davanti a governanti e diplomatici, come rimettere in sesto o rifare dalle fondamenta l’architettura politica ed economica delle Afriche. Le due parole sono «libertà» e «dissenso», concetti creditori nel continente, strumenti che il retaggio colonialista e i governi locali seguiti all’indipendenza hanno praticamente sequestrato e fatto sparire dalla grammatica civile africana. Libertà e dissenso non piacciono a chi gestisce flussi finanziari, stabilisce le regole del debito, incoraggia a deregolamentare invece che a governare, preferendo istituzioni deboli e opinioni pubbliche accomodanti. L’onda lunga del colonialismo e della brutale spartizione dell’Africa concertata dal Congresso di Berlino del 1884 continua a segnare politiche e a condizionare i processi democratici africani.
Il Papa è stato in Camerun e in Guinea Equatoriale, Paesi che segnano il record mondiale di permanenza al potere di due presidenti, che bloccano la democrazia, ignorano proteste e sofferenze. Ma in un continente dove l’età media della popolazione è di vent’anni, dove milioni di giovani utilizzano i social meglio che da noi per chiedere più partecipazione, autodeterminazione e contrasto alla corruzione, sarà difficile per classi dirigenti installate al potere come vecchi elefanti ignorare ancora a lungo ciò che chiede oltre la metà della popolazione.
Se si rileggono uno ad uno i discorsi africani del Papa le righe dedicate ai giovani sono moltissime. E non si tratta di generica esortazione, ma di condivisione del dissenso, il Papa al loro fianco, Leone che rilancia il concetto di governance più puro, quello che invece le autocrazie locali legate a doppio filo ai rapinatori internazionali di materie prime fraintendono, per restare inchiodate al potere.
Negli undici giorni africani Leone ha smascherato l’ambiguità degli ordinamenti politici locali, formalmente vicini alle democrazie occidentali, ma con un tasso di incertezza elevatissimo per via del fatto che l’impianto in apparenza democratico e pluralista si regge in realtà su una dose elevatissima di autoritarismo.
Gli africani sono in credito di libertà e di dissenso perché il resto del mondo preferisce fare affari con chi non gradisce affatto separazione dei poteri, partiti, elezioni non farlocche, alternanza democratica, informazione libera, sindacati, trasparenza. Leone è riuscito a spiegare bene che il dramma degli africani deriva da una responsabilità collettiva globale.
Anche i ragionamenti sulla corruzione non hanno avuto il tono del rimprovero agli africani. La corruzione prevede due complici, chi intasca il denaro e chi lo offre. E il Papa, illuminando i meccanismi dell’economia globale, tesori rubati, pratica nefasta dell’«estrattivismo», dal petrolio alle terre rare, ha chiesto a tutti di ammettere le proprie responsabilità. Altrimenti il fallimento sarà collettivo. E oggi solo il soft power della Chiesa può farlo.
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