L’imbarazzo tedesco sulle armi all’Ucraina

Guerra. I britannici hanno già promesso all’Ucraina i Challenger 2. A Londra non hanno problemi: i loro carri armati, li costruisce la Vickers assieme alla BAE Systems, quindi made in UK.

Altro discorso per i Leopard forniti dalla Rheinmetall di Düsseldorf. Chi li possiede deve avere l’autorizzazione del governo tedesco prima di disporne per un uso diverso da quello della difesa nazionale. I polacchi sono per la fornitura di armi pesanti da attacco e non solo di difesa all’Ucraina, ma hanno i Leopard tedeschi e da Berlino non è ancora arrivato il permesso.

La Germania è il quarto produttore mondiale di armi e ha un’industria di prim’ordine ma in questo momento preferirebbe non averne. Quantomeno questo governo di Olaf Scholz. Per decenni la socialdemocrazia tedesca è stata la spina dorsale della politica di apertura alla Russia e all’Est in generale. Su questo l’industria tedesca ha costruito la sua competitività con il gas a basso prezzo di Mosca e i mercati di sbocco della Cina. Ancora adesso Volkswagen vende nell’impero di Xi Jinping il 40% della sua produzione. E la sede di VW è a Wolfsburg nella Bassa Sassonia,cioè in un Land già feudo elettorale dell’ex cancelliere Gerhard Schröder e ora nelle salde mani di Stephan Weil, ministro presidente socialdemocratico.

Con l’invasione dell’Ucraina il castello di carte è crollato e quindi l’idea della Germania gigante economico a metà strada tra Est e Ovest si è spenta. L’ambiguità che assedia il Paese dai tempi di Bismarck trova la sua consacrazione nel governo rosso giallo verde. Olaf Scholz è messo alla berlina per essere un cancelliere-tentenna.

Ma il suo compito è gravoso: deve portare un Paese abituato al benessere e alla tranquillità politica e esistenziale alle scelte drastiche. Per la guerra o contro la guerra? Per il riarmo o per la pace? E poi quale sviluppo economico adesso che tutte le aziende devono riconvertirsi all’elettrico e alle rinnovabili. Facile a dirsi ma il motore termico nel cui sviluppo i tedeschi erano all’avanguardia adesso che declina lascia i pezzi per strada e fa cogliere con mano come l’industria tedesca sia improvvisamente diventata vulnerabile.

Questo spiega la cautela con la quale il governo tedesco affronta la guerra in Ucraina. Non vorrebbe rompere i ponti con Mosca ma lo deve fare, pena l’isolamento in Occidente. Già all’inizio dell’aggressione russa aveva suscitato ilarità nel mondo la concessione di una fornitura da parte di Berlino di cinquemila elmetti all’Ucraina come segno tangibile della solidarietà tedesca. In previsione di un’imminente sconfitta di Kiev il governo tedesco aveva pensato al gesto simbolico, riservandosi le carte per una mediazione con Mosca. Sono passati circa dieci mesi e Christine Lambrecht ha dovuto lasciare il suo posto di ministro della Difesa per evidente inadeguatezza. È rimasta impigliata tra il desiderio di assecondare una buona fetta dell’elettorato che non gradisce la guerra e vorrebbe trattare con Mosca e la necessità dettata dalla realpolitik di fare una scelta di campo chiara e quindi di sostegno inequivocabile all’Ucraina.

L’ex titolare della Difesa ha espresso anche fisicamente l’imbarazzo di un Paese che adesso deve far politica e non lo può fare con una signora ministro che tutti sapevano inadeguata ma che andava scelta per rispettare le quote rosa. Un ministro che si presenta in zona di operazioni nel deserto del Sahel con tacchi alti e unghie laccate in contesto dove i soldati francesi o tedeschi di stanza muoiono.

Per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale l’opinione pubblica tedesca deve misurarsi con la guerra, ovvero con la morte in combattimento. E per la Germania la vera Zeitenwende (ovvero il punto di svolta) comincia da qui.

© RIPRODUZIONE RISERVATA