Macron avvisa Trump, ma l’Europa deve decidere se essere soggetto politico

MONDO. Non accetteremo un nuovo impero coloniale, proclama il presidente francese Emmanuel Macron, inforcando - per un guaio agli occhi - lenti scure da poliziotto che accentuano l’aria di sfida.

Non è solo una battuta ben costruita per i fotografi di Davos. È il segnale, ruvido e politico, che l’Europa sta entrando in una fase in cui non può più permettersi ambiguità, né sudditanze mascherate da alleanze. La sfida è reale, non solo metaforica. Dazi, guerre, materie prime trasformate in armi geopolitiche: il mondo si sta riassestando a colpi secchi, senza troppi riguardi per le buone maniere multilaterali. In questo scenario l’Unione europea scopre, forse tardi ma non troppo, che la sua lentezza è anche la sua forza contro il nuovo nemico, il bullo Donald Trump che si atteggia a signore del mondo, vuole un mondo diviso in tre (con Russia e Cina) e considera la sua moralità l’unico diritto internazionale esistente sulla faccia della Terra.

A guidare questa nuova consapevolezza europea è certamente Macron, anche per superare la difficilissima crisi interna che sta attraversando la Francia. L’atteggiamento a muso duro del presidente francese incontra l’immediata ostilità di Trump, con il suo sarcasmo greve, che arriva addirittura a scimmiottare con accento francese il nome «Emmanuel» in mondovisione e a minacciare dazi del 200% sullo Champagne. Non è una bizzarria protezionista: è un messaggio politico, brutale, indirizzato a tutto il continente. The Donald (nomignolo che non gli piace, dichiara davanti alla stampa, perché dice che è irriguardoso nei suoi confronti) arriva persino a pubblicare un messaggio personale di Macron: «Amico mio, siamo totalmente d’accordo sulla Siria. Possiamo fare grandi cose sull’Iran. Non capisco cosa stai facendo sulla Groenlandia». Contro questa brutalità da cowboy Macron sceglie il linguaggio della chiarezza. «Assurdo minacciare gli alleati», dice. Ma ha aggiunto qualcosa di più scomodo: l’Europa ha delle armi e deve usarle quando l’ordine internazionale viene calpestato. Non per vendetta, ma per sopravvivenza. Perché un mondo governato dalla legge del più forte è un mondo in cui l’Europa, così com’è, non ha spazio.

Da Davos il presidente francese ha parlato di tentazioni imperiali che riaffiorano. Non è un’espressione scelta a caso. L’idea che le grandi potenze possano tornare a spartirsi il mondo, territori, risorse, rotte, come in un Ottocento mal digerito, è tutt’altro che fantasiosa. Ed è qui che l’Europa deve decidere chi vuole essere: mercato o soggetto politico. Il punto non è opporsi all’America per principio. È rifiutare il bullismo (o la pazzia di re Giorgio) come metodo di governo delle relazioni internazionali. Preferire il rispetto alla brutalità, lo Stato di diritto alla forza nuda. La Francia ha imboccato una strada chiara e senza ambiguità; l’Italia, invece, ha preferito assumere il ruolo da mediatrice, da pontiere tra America ed Europa. Una scelta fin qui praticata con insistenza, ma che oggi mostra tutti i segni del possibile fallimento.

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