Myanmar, l’ombra di Cina e Russia

Myanmar, l’ombra
di Cina e Russia

Camminare sul filo è un esercizio pericoloso e non riesce a tutti. A quanto pare, nemmeno a un personaggio abile e coraggioso come Aung San Suu Kyi, che dalle carceri del Myanmar è entrata e uscita per decenni, pagando un prezzo altissimo nella sua battaglia per la democrazia. Da quando, nel 2012 (l’anno in cui potè anche ritirare il Premio Nobel per la Pace assegnatole nel 1991), riuscì a tornare alla libera pratica della politica, Madre Aung ha fatto di tutto per non arrivare allo scontro con il vero potere nazionale, ovvero quelle forze armate che per lunghi periodi hanno condizionato (quando non dominato) la vita del popolo birmano.

Parliamo di 500 mila militari e relative famiglie su una popolazione totale di 57 milioni di persone. L’idea era di erodere pian piano quel potentato, e in nome di questo progetto Aung San Suu Kyi si è anche acconciata a qualche brutto compromesso, come quello di «coprire» le violenze contro le minoranze, in primo luogo quella musulmana dei Rohynga, attirando così sul Paese e su se stessa, nel 2019, la condanna dell’Onu e quella della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja.

Vani sono stati anche i tentativi di limitare l’invadenza politica dei militari, che gestiscono come un feudo personale il 25% dei seggi del Parlamento. L’ora del giudizio è scattata con le elezioni politiche del novembre scorso, vinte a valanga (80% dei consensi) dalla Lega nazionale per la democrazia guidata dalla Premio Nobel. Un risultato così netto da spalancare le porte alle riforme che avrebbero potuto mettere le briglie alle ambizioni e agli interessi dei generali. Questi hanno reagito denunciando oltre diecimila casi di brogli elettorali e arrestando o sottomettendo tutti gli esponenti del potere civile.

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