Nel trionfo della Meloni la fragilità della coalizione: FI e M5S rialzano la testa

L’Italia che sempre meno va alle urne (meno 10 per cento rispetto al già negativo risultato del 2018) vira verso destra e incorona Giorgia Meloni a capo del primo partito italiano ma ci riserva non poche sorprese. La prima è sicuramente il risultato dei partiti del centrodestra.

Fratelli d’Italia, secondo le prime proiezioni, al Senato sarebbe addirittura al di sopra del risultato dell’intero centrosinistra. Ma è guardando dentro la coalizione che viene da sobbalzare guardando il risultato della Lega che sarebbe non solo al di sotto del 10 per cento – considerata sin qui la soglia psicologica per la tenuta della leadership di Salvini – ma addirittura insidiata per una incollatura da Forza Italia, un partito che è da anni ormai in crisi di leadership, che ha perso diversi suoi esponenti di prestigio, che ha subito un disorientamento politico assai grave. Salvini, che ha ceduto moltissimi voti a Meloni, non solo è lontanissimo da quel trionfale 30 per cento delle europee che gli procurarono il nomignolo di «Capitano», ma persino dal 18 delle ultime politiche: una caduta netta che provocherà un confronto dentro il movimento ma che introduce elementi di fragilità nella coalizione vincente che Giorgia Meloni si appresta a guidare. Del resto Forza Italia a questo punto potrebbe smettere di rassegnarsi ad essere un malinconico fanalino di coda e tornerà combattiva. Ricordate il monito di Berlusconi all’indomani del voto pro-Orban di FdI e Lega al Parlamento europeo? C’è da ragionarci sopra, soprattutto quando potremo disporre di numeri certi per la composizione del Senato e capire quanto ampia sarà la maggioranza di seggi del centrodestra.

Già, perché l’altro elemento di sorpresa è il risultato del M5S guidato da Conte che sì, raccoglie il 50 per cento in meno delle ultime elezioni, e di per sé questa è una Caporetto, ma va meglio di quanto si pensava alla vigilia: se confermato, il 17 per cento è molto al di sopra delle previsioni che si aggiravano intorno al 10 per cento. Questo vuol dire che a Sud, dove Conte poteva giocare su numeri più importanti, parecchi collegi potrebbero essere stati strappati al centrodestra vincente. La «cura Conte» in qualche modo ha funzionato, soprattutto nel Mezzogiorno dei tanti percettori del reddito di cittadinanza che gli altri partiti vorrebbero cancellare o ridimensionare.

Terzo elemento clamoroso: la sconfitta del Pd di Enrico Letta. Staremmo sotto il 20 per cento, più o meno laddove si fermò la corsa di Renzi quando subì il clamoroso schiaffone elettorale che ne mise in crisi la leadership. Letta avrebbe voluto competere con la Meloni per il primo posto, un obiettivo rivelatosi molto al di sopra delle sue possibilità. Tanto più dopo che il segretario del Pd non è riuscito a costruire una coalizione «anti-destra» con tutti dentro come quando Prodi raccoglieva ogni singolo partitino pur di sconfiggere Berlusconi. Rifiutata l’alleanza con i 5S dopo la caduta del governo Draghi, fallito il rapporto con Calenda, a Letta non è rimasta che la mini-coalizione con la sinistra-sinistra di Fratoianni e Bonelli che ha portato pochi voti e ha spostato a sinistra l’asse del partito.

Ultimo elemento: a quanto sembra Calenda e Renzi non sono riusciti a raggiungere la doppia cifra: dovrebbero essersi fermati ben prima, più o meno all’altezza di Forza Italia. Risultato: il terzo posto non tocca a loro ma al M5S. Addio dunque Terzo Polo? Sempre che beninteso, questi numeri, derivanti dalle prime proiezioni, vengano confermati dal conteggio reale delle schede. Vedremo. Ma di sicuro avremo parecchio di cui discutere da oggi in poi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA