Per il lavoro servono politiche attive

Per il lavoro servono politiche attive

Dovendo scegliere tra i tanti problemi individuati dal Recovery italiano, il numero uno è certo il lavoro, cioè il vero sbocco virtuoso (o no…) di interventi che stanno a monte: digitalizzazione, ambiente, infrastrutture e soprattutto riforme, tra le quali, voluta solo da Draghi, c’è giustamente la concorrenza. Sul lavoro partiamo da zero, cioè da un blocco dei licenziamenti. Bloccarli (insieme a sfratti, debiti, tasse) è stato un tratto di penna, il più facile dei mestieri politici. Sbloccarli è ora un problema ben più grosso. Arrivare impreparati al 30 giugno per le grandi imprese, e 31 ottobre per le piccole, sarebbe un delitto. Innanzitutto, attenti alle illusioni ottiche, perché, altro che blocco, molti sono già a spasso.

Per essere licenziati, bisogna prima avere un posto di lavoro, ma se questo sparisce, si è disoccupati. Secondo Istat, ben 945 mila i posti persi nel 2020, secondo Antonio Misiani, conteggiando le ore equivalenti, 2,5 milioni. Nel 2021 è andata anche peggio soprattutto nei servizi. Puntiamo tutti sull’accoppiata vaccinazioni/riaperture, ma il dinamismo del mercato del lavoro è vitale per tutti. Il blocco è un ombrello che inesorabilmente si chiuderà (nessun altro Paese lo ha adottato) e il tempo scorre. Quando decadrà, ci sarà il big bang e non si potrà ricorrere all’anestesia della cassa integrazione e basta. Occorrono misure strutturali. Al ministro Orlando, si sa, non piacciono le scelte dell’era renziana. Se non gli vanno strumenti come Jobs act, Naspi, Ape sociale trovi di meglio, ma non rovistando tra le anticaglie ideologiche o il fumo negli occhi del passato recentissimo.

Il 40% dei posti persi l’anno scorso erano a tempo determinato, esito previsto delle condizionalità del decreto Di Maio, chiamato dignità nell’euforia delle sue prime ore ministeriali. Il reddito di cittadinanza, ormai è chiaro, è stato un fallimento, e non c’entra il Covid, perché redditi di sopravvivenza sarebbero stati erogati comunque. Concepito in fretta e furia per ragioni elettorali, ha raggiunto poco più della metà di chi ne avrebbe avuto bisogno vero, ed è stato uno spreco assoluto sul versante del lavoro, affidato ad un grillino del Missisippi che va su e giù dagli Usa a nostre spese, e ancora resiste dopo tre governi. Luciano Capone, su «il Foglio», ha spulciato i dati. I beneficiari non in grado di lavorare erano 650 mila circa. Il restante milione avrebbe dovuto in teoria sottoscrivere il patto per il lavoro. Lo ha fatto solo il 31%, ma meno della metà ha svolto davvero un colloquio (quattro chiacchiere con i simpatici navigator).

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