Piedi per terra A Draghi giova

Piedi per terra
A Draghi giova

Già s’è visto parecchio nel sistema dei partiti: quasi tutti insieme e Salvini, il più eccentrico della compagnia, folgorato sulla via di Bruxelles. Ma potremmo vedere anche altro su questo versante con il governo Draghi, benché il suo scopo immediato riguardi la gestione della pandemia e dell’economia. Per la politica è finita un’altra stagione e il quadro non sarà più lo stesso? La più recente serie storica dei tre esecutivi tecnici, tutti «governi del presidente», suggerisce qualche spunto non solo statistico. Dopo il governo Ciampi del ’93, l’ultimo della Prima Repubblica e il primo con un premier non parlamentare, è nato il primo governo Berlusconi, l’esordio della Seconda Repubblica. Il successivo governo Dini in seguito alla rottura sulle pensioni fra Bossi e Berlusconi (ricordate la canotta operaista del senatur?) anticipa l’Ulivo del governo Prodi nel 2006.

La terna si chiude nel 2011 con il governo Monti, forte di una maggioranza mai così ampia in Parlamento, e poi con il volo pirotecnico dei grillini. Nel primo caso l’uscita è stata a destra, nel secondo a sinistra, nel terzo (che ha chiuso l’era di Berlusconi) oltre la destra e la sinistra nella fase iniziale. I due governi tecnici degli anni ‘90 sono stati condotti da due uomini di Bankitalia, il terzo da un economista ed eurocommissario. Ciampi e Monti hanno guidato in fasi d’emergenza. Il futuro presidente della Repubblica ha messo le basi dell’euro, i famosi parametri di Maastricht: nel pieno di Tangentopoli, nel crollo dei partiti storici e dopo la crisi della lira e lo stragismo della mafia. L’attuale senatore a vita ha varato il suo governo con il Paese prossimo al default, costretto a prendere misure impopolari. La compagine di Monti è stata quella tecnocratica, formata da esperti: il governo dei professori in loden, si diceva. Dal ’94 in poi ci sono stati due momenti distinti: fino al 2011 l’alternanza centrodestra-centrosinistra, da lì in poi la fase delle larghe o medie intese con alleanze formatesi dopo il voto tra forze avversarie alle elezioni.

Il ciclo apertosi nel ’94, e che per certi aspetti continua tuttora, è stato segnato dall’antipolitica, mentre i governi tecnici hanno prodotto uno schema nuovo: scompongono e poi ricompongono la struttura della competizione politica. Laboratori che hanno incubato formule nuove se non inedite, mentre la ricerca del premier fuori dalla mischia dei partiti è un’esclusiva dell’Italia, senza uguali in Europa dove si assiste a un regolare ricambio delle classi dirigenti, e che ribadisce come il sistema della rappresentanza del consenso continui a non funzionare adeguatamente. In più un effetto avvertito con Ciampi e in misura maggiore con Monti: questo genere di soluzioni incontra subito il favore della grande stampa e dell’establishment economico, e sulle prime un largo consenso nell’opinione pubblica, per poi tramutarsi nel suo opposto secondo la contrapposizione popolo-élite. Se i precedenti dicono questo, il governo Draghi ha caratteristiche comunque proprie, cercando di incarnare una razionalità repubblicana e non punitiva verso la politica. Una fase di tregua obbligata e di decantazione istituzionale che ha tuttavia già mischiato le carte. Uno stress test per i partiti. Lo smottamento grillino sta accelerando, trasformando un movimento strambo in un partito affezionato al potere: dilaniato e in preda al caos, privo della sponda di Conte e dimezzato nel consenso virtuale, ma pur sempre il primo partito in Parlamento, mentre la diaspora dei 5 Stelle ha regalato la maggioranza al centrodestra in Senato. L’incognita Lega propone la coabitazione fra la vecchia anima nordista, sempre esistita ma sotto traccia in questi anni, e il nuovo corso di Salvini. In attesa di sapere se la svolta è destinata a durare, se i Salvini sono due o solo quello di nuovo conio e se il Capitano è in grado di cambiare se stesso separandosi dal salvinismo. Il perimetro del destra-centro si ridisegna? Forza Italia sopravvive fra tramonto di leadership e faide interne, con una rappresentanza al governo che non è quella che ha in mano il partito. Nel Pd, il portatore d’acqua, il confronto è su Zingaretti, non sul governo. L’alleanza con i 5 Stelle, strutturale o meno, è per ora necessaria in vista del voto nelle grandi città (Milano, Torino, Roma, Bologna, Napoli). La questione è essenziale: il reciproco sostegno consentirà a dem e 5 Stelle di rendere contendibile il ballottaggio al centrosinistra. Le elezioni previste in primavera potrebbero slittare in autunno per il Covid, permettendo a Draghi fin lì una navigazione tranquilla. Ma a settembre saremo già nel semestre bianco, che parte a fine luglio, e quindi può succedere di tutto. Vedremo a che punto siamo con vaccini e dintorni, perché credibilità e forza si giocano in questo campo, non sul Recovery fund che è il mestiere di Draghi e che comunque ci sarà. La partita della vita, adesso e non domani, è sulla vaccinazione di massa e sull’indotto sanitario, dove anche l’Europa non sta dando il meglio. In un’Italia dai tanti colori e dove se ne vedono di tutti i colori, l’autorevolezza del governo consiste nel garantire certezze ad una cittadinanza spaesata fra stop and go e l’apri e chiudi. Su Draghi c’è un investimento di aspettative crescenti, forse eccessive perché le tragedie nuove si sommano ai guai antichi. La parabola discendente di Monti e Renzi parla con la violenza del boomerang di attese deluse. Meglio stare con i piedi per terra e incrociare le dita.

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