Putin, l’arma della paura e la pace possibile

Tra le altre, c’è un’arma psicologica che Vladimir Putin sta maneggiando con molta disinvoltura: è la paura. Gli 83 missili caduti lunedì su una dozzina di città ucraine, e ancora ieri sulla regione di Kiev, a Rivne Kryvyi a Rih e a Leopoli, non rientrano in alcuna logica militare.

Non permettono di conquistare territori ma, oltre a soddisfare la sete di escalation e di vendetta dei falchi del Cremlino dopo l’attentato al ponte in Crimea, utilizzato anche per scopi militari, generano panico e disorientamento tra gli abitanti, con l’obiettivo di creare dissenso verso la politica difensiva armata dall’Occidente propugnata dal presidente Zelensky. Ma è un obiettivo fallimentare: i raid hanno l’effetto di compattare sempre più il popolo aggredito e di allargare il solco con la Russia.

L’arma della paura viene giocata anche nei confronti del resto d’Europa, con la minaccia da parte di ambienti governativi di Mosca di ricorrere all’arma atomica. Da quando è stata ventilata, l’opinione pubblica occidentale terrorizzata chiede a maggioranza a Kiev di cessare il conflitto, combattuto non solo per difendere la propria terra ma per salvare la vita nelle aree conquistate dall’esercito del Cremlino. In questo panorama tragico e fosco, resta aperto qualche spiraglio per la diplomazia. Oggi il presidente russo incontrerà il suo omologo turco Recep Erdogan ad Astana mentre Mosca è pronta a considerare un’eventuale proposta di incontro Putin-Biden al G20 di novembre in Indonesia, dopo una piccola apertura della Casa Bianca. L’8 novembre prossimo negli Stati Uniti si terranno le elezioni di medio termine: i Repubblicani sono favoriti alla Camera mentre al Senato la partita è aperta. I temi che pesano sono quelli economici (inflazione e recessione) e il sostegno all’Ucraina (80 miliardi di dollari spesi finora per garantire a Kiev l’80% delle armi e dei sistemi di sicurezza occidentali) non è considerato una priorità dalla destra isolazionista di Donald Trump.

Ma quale sarebbe l’oggetto di un negoziato per porre fine al conflitto? Giustamente viene citato il Papa come unico leader mondiale costantemente impegnato a sostegno di una soluzione diplomatica e non militare. Ma Francesco non si appella ad una pace qualsiasi. Lo ha ribadito nell’Angelus di dieci giorni fa. Ha rivolto un appello diretto a Putin affinché fermi «la spirale di violenza e morte» e a Zelensky, perché sia aperto a «serie proposte di pace». Ha anche deplorato l’annessione delle quattro regioni ucraine (Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson). Il Pontefice chiede soluzioni «concordate, giuste, stabili. E tali saranno se fondate sul rispetto del sacrosanto valore della vita umana, nonché della sovranità e dell’integrità territoriale di ogni Paese, come pure dei diritti delle minoranze e delle legittime preoccupazioni».

Il nodo di ogni trattativa è proprio l’integrità territoriale: Kiev chiede che venga ripristinata, la Russia la considera ormai storia passata (il Cremlino ha più volte ribadito che «i vecchi confini dell’Ucraina non torneranno più»). Mosca potrebbe domandare di essere reintegrata nel sistema delle grandi potenze liberandosi di un complesso che la attanaglia dalla fine dell’Unione Sovietica, favorito da azioni e da dichiarazioni come quella di Barack Obama nel 2014 quando definì ciò che resta dell’ex Urss «una potenza regionale». Ma una nuova investitura comporterebbe una riabilitazione di Putin e un’amnistia per i crimini di guerra in Ucraina (e prima ancora in Cecenia). E non è detto che il Cremlino rinuncerebbe poi ai territori conquistati. Un obiettivo che un ideologo del conflitto, Aleksandr Dugin, ha così espresso due giorni fa ai generali russi: «Cancellate immediatamente questo malinteso chiamato Ucraina dalla faccia della Terra».

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